Vi siete mai chiesti dove finiscono i capi di abbigliamento invenduti? Quelle scarpe con la suola rossa che poche di noi possono permettersi scintillano in vetrina finché l’influencer di turno non le sfoggerà sul prossimo red carpet o un attacco di shopping compulsivo non ci farà sacrificare mezzo stipendio pur di accaparrarcele il prossimo Black Friday.

Ma alcuni articoli di lusso che non conoscono svendite e altri che, pure in saldo, non vengono comunque acquistati vanno a finire nel falò delle vanità. Non in senso letterario ma letterale, perché vengono gettati nell’inceneritore. E’ una notizia da far venire le scalmane ad ogni donna di qualsiasi età che almeno una volta nella vita ha desiderato possedere la cabina armadio di Carrie Bradshaw ma si è dovuta rassegnare ad ammirarla in uno dei tanti episodi di Sex and the city.

Ma anche per gli uomini le cose non vanno meglio. La rivelazione choc uscita nel luglio del 2018 racconta che, come si apprende dai documenti contabili di Burberry, la storica azienda inglese produttrice dell’iconico trench ha spedito nell’inceneritore capi e accessori per un valore di 31 milioni di euro. Che numericamente parlando corrispondono a circa 20mila impermeabili! Già immagino Humphrey Bogart e il tenente Colombo organizzare cortei di protesta e flash mob in purgatorio.

Tornando seri, il problema è grave e preoccupante e oltre ad essere uno schiaffo alla miseria in nome dell’esclusività dei marchi di lusso, comporta responsabilità etiche di sfruttamento di manodopera a basso costo e inquinamento ambientale. Secondo un rapporto del portale Business of fashion, l’industria della moda scarta ogni anno 500 milioni di euro di vestiti e oltre al fattore dell’enorme spreco bisogna tener conto che i capi di abbigliamento sono fra i materiali più inquinanti al mondo, secondi solo al petrolio e ai suoi derivati.

La buona notizia è che se le aziende che producono capi di abbigliamento e beni di lusso pensano di poter continuare a distruggere i capi invenduti rifiutando di riciclarli, riutilizzarli magari abbassando notevolmente il prezzo o regalarli, si sbagliano di grosso. Almeno in Francia la scorsa settimana è stata approvata un’ampia legge anti spreco, la prima al mondo, che vieterà questo comportamento non solo alle case di moda ma anche ai produttori di articoli elettrici, cosmetici e prodotti per l’igiene della persona.

Va detto che in Francia esiste già una legge di economia circolare che impone a produttori, importatori e distributori – incluse le aziende online come Amazon – di donare a enti di beneficenza gli alimenti invenduti e non ancora scaduti e a questa netta presa di posizione del governo francese ha contribuito anche la divulgazione di un documentario della televisione di Stato in cui si mostrava un magazzino di Amazon con quintali di prodotti invenduti o restituiti destinati alla distruzione.

A ciò si aggiunge la dichiarazione del primo ministro francese Edouard Philippe che ha rivelato che ogni anno solo in Francia vengono distrutti 650 milioni di euro di prodotti praticamente nuovi e invenduti.

L’unico difetto di questa legge, almeno secondo il politico francese Arash Derambarsh, è lo scarso deterrente costituito da multe che per le grandi aziende suonano ridicole, come ad esempio la penale di 10mila euro che devono pagare i supermercati francesi che non accettano di donare il cibo invenduto ancora edibile. Per far sì che la legge venga rispettata la pena dovrebbe essere più severa, perché la coscienza etica nel mondo occidentale e non solo fatica ad attecchire nella giungla governata dalle leggi di mercato.

Detto questo se anche il resto dell’Europa e del mondo, almeno per quel che riguarda questo provvedimento, prendesse esempio dalla Francia, potremmo dire di aver fatto un grande passo in avanti nella salvaguardia del pianeta, nella limitazione dello spreco e nella lotta alla povertà che oggi non può più limitarsi alle campagne di sensibilizzazione, ma deve agire con fatti concreti, leggi chiare e multe tali da scoraggiare chiunque non le rispetti.

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