Tanto rumore per nulla. Ma proprio nulla. Se 1917 è un lungo piano sequenza, chi scrive è Stanley Kubrick. Da vivo. Mica siamo qui a giocare a chi la sa più lunga. Alfred Hitchcock, che nel film viene citato a sproposito due volte, anche se una basterebbe e avanzerebbe, ci aveva già spiegato con Nodo alla gola che il virtuosismo stilistico è, paradossalmente, fumo negli occhi. 1917, quindi, montato qua e là almeno sette, otto, nove, dieci, cento volte, ma spacciato maldestramente per un unico take è intanto una penosa furbata commerciale priva di ogni possibile giustificazione cinematografica come non ne vedevamo da tempo.

Seconda questione. La forma. Per analizzare questo aspetto però un piccolo passo indietro. Prima guerra mondiale. Retrovie del fronte inglese in terra francese. Due caporali (David MacKay e Dean-Charles Chapman) a riposo temporaneo in un prato vengono gettati in missione tra le linee nemiche. Quindici chilometri corsi tutti d’un fiato in nemmeno 24 ore, tra terra di nessuno, trincee, cadaveri, cunicoli, topi, bombe, ruderi, cecchini, aeroplani nemici, per avvisare la seconda divisione del colonnello Mackenzie (Benedict Cumberbatch), composta da 1600 uomini, della trappola tesa loro dai tedeschi. Orbene, sappiatelo subito. 1917 è formalmente un videogame. Sì, un lungo susseguirsi di livelli guadagnati a suon di imprese militari. Spara al tedesco, dieci punti. Salta il fosso, meno un punto di energia. Bevi il latte di mucca, più cinque barrette di energia. Accarezza il neonato, bonus vita. Ogni livello è connotato da un set completamente diverso come se la differenza esagerata cromatica e spaziale tra l’uno e l’altro fosse l’unico motivo trainante per proseguire la visione. Così al campo in luce di cadaveri seguono i cunicoli bui, al paesello distrutto notturno illuminato dai razzi e dagli incendi segue il fiume impetuoso con tanto di altissima cascata modello Niagara (sic), al boschetto tranquillo la terribile trincea cava di gesso. Non parliamo di verosimiglianza storica ma di opportunità di significato. Davvero l’unico modo di costruire una drammaturgia è quello di affastellare ambienti naturali differenti? Cos’è l’album di foto dell’asilo nido o che altro?

Andiamo avanti. A forza di simulare uno sparatutto di classe, una pantomima tecnicamente accurata sia mai, come può esserlo un qualsiasi 007, ma non quelli di Sam Mendes, specifichiamo, i protagonisti, che poi lo sanno anche i sassi ne rimarrà solo uno, si tramutano in marionette così spersonalizzanti che basta l’inquadratura di spalle di una giubba per dire che stiamo seguendo un inglese. Spiace dirlo, ma qui lo spessore umano dei/l fuggitivi/o diventa piatto come quello del protagonista di una barzelletta. C’erano un inglese, un tedesco, un italiano… Inutile che Mendes ci appiccichi ogni tanto una citazione e/o un canto biblico tra commilitoni oscillanti tra il patetico e il solenne. Il carotaggio in profondità per registrare il battito cardiaco delle truppe è sottozero. Non c’è anima dentro a 1917 ma solo smunto delirio performativo.

E se in Dunkirk, per dire un capolavoro che armeggia con il tema della guerra, del patriottismo, e in fondo della tanto vilipesa pace, il dispositivo del cinema unificava gloriosamente uno sparpagliamento del fato, in 1917 c’è tanto, estenuante calligrafismo ma senza un barlume di sentita visione umanitaria accentratrice. Il messaggio pacifista e antiautoritario di film che ancora si sporcavano nell’orrore della trincea 15-18, titoli come Orizzonti di gloria o Uomini contro, anelito politico che nel film di Rosi (il secondo, ok?) diveniva perfino anticlassista, qui si assottiglia fino a scomparire, venduto come sobbalzante eroismo ginnico. 1917 candidato a ben 10 Oscar – è un bluff di proporzioni esagerate. Buono per chi non si è mai fatto una partita a Call of duty. Frame stop: il sopravvissuto del duo sballottato come un passante in metropolitana dagli urlanti soldati che escono all’attacco dalla trincea e che letteralmente non si accorgono di lui. La messa in scena di una impressionante sciocchezza che fa a pugni, e qui le vette di tristezza e imbarazzo sono superate, con la storia.

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