Fino ad alcuni anni fa la stragrande maggioranza degli studenti di una laurea magistrale in economia ignorava completamente cosa fosse la Olivetti: nulla del passato nulla del presente, se ne parlava pochissimo e se ne sapeva ancor meno. Da un po’ di tempo, al contrario, i giornali ne parlano sempre di più, ricordano quale campione di impresa eterodossa e vincente fosse la Olivetti – una specie di Apple in anticipo di almeno quarant’anni, guidata da un signore molto più mite e più colto, ma non meno geniale di Steve Jobs.

Ma dalla fiction televisiva su Adriano Olivetti in poi, andata in onda su Rai 1, pare che l’ordine di scuderia sia divenuto quello di fare un santino del grande imprenditore di Ivrea. Con una “lieve” mancanza. Anche Walter Veltroni, tra gli altri, recentemente sul Corriere della Sera ha rievocato una pagina gloriosa e triste (come è tutta la storia dell’Olivetti), relativa alla realizzazione del primo computer e di uno dei suoi ideatori più importanti, quell’ingegnere cinese e italiano, Mario Tchou, scomparso in circostanze misteriose.

Tutto bene, uno direbbe: le conoscenze finalmente aumentano, la verità si sta facendo largo. Ma purtroppo non è così. In questo improvviso, nuovo storytelling, la vicenda dell’Olivetti infatti viene raccontata solo fino alla morte prematura di Adriano, dimenticando o correndo rapidi sui fatti successivi al 1960, culminati con la chiusura definitiva dell’ultima fabbrica (2012). Da vivo, Adriano Olivetti ebbe tutti contro. Solo la sua forza, le sue capacità e i suoi successi crescenti gli consentirono di resistere alle aggressioni, alle maldicenze e all’ostilità di gran parte dell’Italia che contava.

E se, come sembra sostenere Walter Veltroni, fu il governo americano a volere la chiusura dell’esperienza pionieristica del reparto computer e a realizzare l’eliminazione fisica dell’ingegner Tchou, questo aggiungerebbe ben poco alla già risaputa idea che l’autodafé informatico del maggiore e più forte concorrente di Ibm fu sicuramente appoggiato dalla politica e dall’industria italiane. Queste mai nascosero la loro scarsa simpatia per un imprenditore che “rosso” certamente non era, ma che aveva il difetto imperdonabile di additare all’Italia un modello rigoroso e calvinista di impresa, eversivo per le consuetudini di gran parte dell’imprenditoria nostrana, ieri come oggi.

In tal modo restano ancor oggi almeno 52 anni di buco nella storia dell’Olivetti – dalla morte di Adriano – che andrebbero approfonditi, studiati e ricordati. Anni ancora più rilevanti e più istruttivi dei decenni precedenti. Anni che ci parlano del progressivo smantellamento dell’Olivetti, di Comunità, di Ivrea, di Pozzuoli e degli innumerevoli prodotti del genio di Adriano, e che ci potrebbero dire molto di più della storia pur gloriosa ma troppo singolare dell’Olivetti nel secondo dopoguerra.

Infatti la storia dell’Olivetti nel dopo-Adriano drammaticamente ci parla, e molto, della politica italiana e dell’incapacità della nostra classe dirigente – attraverso l’assenza di appropriate politiche industriali – di sostenere una crescita che avrebbe dovuto trasformarsi in sviluppo, se avesse saputo scegliere la strada dell’innovazione e non quella della conservazione. Ci dice poi della cultura, degli intellettuali italiani, sempre più proni verso i potenti e i violenti, incapaci di autentiche e originali battaglie per la libertà di pensiero.

È una testimonianza drammatica delle corte visioni degli imprenditori, dell’insufficienza delle istituzioni, degli uomini e delle strutture finanziarie (Mediobanca in testa). È in definitiva una metafora della storia politica, economica e culturale del paese, di come cioè possa essere distrutto un patrimonio e un primato che pure eravamo riusciti a costituire. Una storia che varrebbe bene conoscere, almeno per cercare di non ripetere certi errori.

La storia dell’Olivetti dal 1960 al 2012, della quale appunto solo pochi hanno il coraggio di parlare, non è però esclusivamente la ricostruzione delle vicende dell’Italia contemporanea. È la fotografia della crisi presente, dell’incapacità di coniugare ricchezza materiale e benessere civile, dei problemi apparentemente insormontabili che abbiamo a diventare un paese moderno, senza perdere le nostre peculiarità, senza tradire le nostre radici, senza scimmiottare o farci imporre modelli altrui.

È la chiave per capire il nostro futuro. E forse proprio per questo meglio non parlarne.

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