Era da molti anni ormai che la longa manus a stelle e strisce non si vedeva più così palesemente all’opera nella “missione” internazionale di mantenere l’ordine democratico nel “cortile di casa” (che s’affaccia sulla Casa Bianca). Ma adesso, con l’avvento della politica senza fronzoli, sostenuta da chi ha capito che non c’è tempo da perdere, si può ben dire che per chi – ovunque sia nel mondo – minaccia l’ordine democratico è finita la fase dei perditempo e degli indecisi. I problemi vanno affrontati di petto, con la capacità di parlare poco e ottenere molti risultati.

Infatti dopo il blitz col drone nella notte del 3 gennaio scorso volto ad eliminare il “terrorista internazionale Soleimani”, il presidente guardiano dell’ordine e della democrazia ha subito voluto chiarire che si è trattato di una semplice azione preventiva per fermare l’organizzazione di attentati che il terrorista Soleimani stava preparando contro i militari e i cittadini americani (mancano dettagli su questi presunti attentati in preparazione, ma se lo dice lui, non occorrono).

Tuttavia, per tipi meticolosi come siamo noi opinionisti all’estero, questo tipo di musica urge sempre sentirla cantare da cantanti diversi. Per esempio leggendo l’articolo scritto il 5 gennaio da Richard N. Haass, attuale presidente del Council on Foreign Relation e in precedenza anche stretto collaboratore del presidente Bush per le crisi all’estero. Il titolo è The Suleimani assassination and US strategic incoherence (qui non servono né traduzione né commento).

Ma per avere una conoscenza più dettagliata del fatto può essere utile leggere anche la lunga cronaca che il New York Times ha realizzato nella notte tra il 3 e il 4 gennaio a firma di ben 16 cronisti coordinati tra loro. Il titolo è The Killing of Gen. Qassim Suleimani: What We Know Since the U.S. Airstrike (“L’uccisione del gen. Qassim Suleimani: quello che sappiamo sull’attacco aereo”).

L’articolo è accompagnato da un video nel quale si ha la diretta veduta aerea dell’operazione. C’è anche un sottotitolo che riferisce la dichiarazione ufficiale rilasciata dal presidente Donald Trump (qui tradotto da me): “Suleimani stava preparando un imminente sanguinoso attacco contro nostri diplomatici e personale militare. Ma noi lo abbiamo colto sul fatto. Abbiamo agito la scorsa notte per fermare una guerra, non per iniziarla”. In quel video ho rivisto però qualcosa che già conoscevo da circa dieci anni.

Ecco cosa scrivevo su Rinascita il 23 febbraio 2011: “La base è in Nord Virginia. Il cubicolo, uno dei tanti della base, è piccolo pressappoco come quello della cabina di pilotaggio di un aereo. Le poltrone su cui siedono i due ufficiali piloti sono invece simili a quelle dei manager di un’azienda qualsiasi. Di fronte a loro una serie di apparecchiature elettroniche, dei monitor, due tastiere elettroniche e un joystick. Il tutto serve a pilotare le operazioni che appaiono nei video. Sembrerebbe un videogioco, ma non lo è. Dentro al video si vede ora un’auto percorrere un’arida e tortuosa strada collinare a migliaia di miglia di distanza da quel cubicolo. La zona è quella del nord Waziristan nel Pakistan. All’interno dell’auto c’è un’intera famiglia. L’uomo alla guida è un sospetto terrorista, incluso nella lista dei ricercati dalla Cia. Dopo un po’ l’auto sembra giunta a destinazione, rallenta, si ferma. L’uomo apre la portiera e scende dall’auto. Un attimo dopo una forte esplosione illumina completamente il video del monitor e l’uomo… non esiste più, completamente fatto a pezzi dalla potente esplosione. Il bersaglio è centrato in pieno, l’operazione conclusa, gli schermi vengono immediatamente spenti”.

Di articoli simili a questo ne ho poi scritti almeno un’altra mezza dozzina. Basi per i droni ce ne sono ormai diverse anche in Africa e in tutte le aree strategiche globali. Operazioni come quella da me descritta qui sopra vengono effettuate e catalogate tutte a livello statistico, ma tenute (ovviamente) segrete nei dettagli. I terroristi colpiti? Diverse migliaia, di cui molti però sono sicuramente i soliti “inevitabili effetti collaterali”.

Anche nell’attacco del 3 gennaio 2020 potrebbero però essercene molti. Si è visto molto bene nella trasmissione speciale di Andrea Purgatori dell’8 gennaio scorso su La7. Dopo l’esplosione principale che ha praticamente disintegrato l’obiettivo principale si vedevano a terra, nel buio della notte, dei puntini luminosi immobili, ma altri puntini luminosi (circa una dozzina) scappavano in tutte le direzioni. Uno ad uno sono stati colpiti tutti (probabilmente da proiettili normali) e tutti sono stati in quel modo abbattuti nel buio e sterminati.

Obama si premurava almeno di esprimere il suo disagio personale (salvo, comprensibilmente, che per l’uccisione di Osama Bin Laden) quando veniva informato di quelle operazioni. Trump ha invece fermamente voluto infiammare le sue tifoserie, precisando che l’ordine dell’attacco lo ha dato lui personalmente. Poteva, uno “importante” come lui, non metterci anche la faccia oltre che la firma? No, certo!

Anzi, galvanizzato dagli applausi dei suoi fan ora si erge anche a paladino delle proteste organizzate nello stesso Iran contro il “regime degli Ayatollah”. E la sempre compiacente (con lui) Fox News poteva non sostenerlo senza se e senza ma nella sua moderna crociata contro gli infedeli iraniani?

Domenica ha twittato a tutto il mondo la sua attenzione sull’area, avvertendo i leader iraniani che lui è sempre vigile contro i despoti e pronto ad intervenire se useranno la forza contro i protestanti. Infatti lui usa gli efficacissimi droni, molto più convincenti di qualunque raccomandazione. La forza è ammessa solo a fin di bene (America first!).

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