Sul Gran Sasso non c’è più la neve, mentre sul Monte Bianco si è formato un lago e il ghiacciaio della Marmolada a questo ritmo sparirà in 25-30 anni. E se in Puglia il troppo caldo ha fatto fiorire a dicembre gli alberi di pero, stravolgendo completamente la programmazione degli agricoltori, nelle campagne lombarde la scorsa estate le alte temperature hanno bruciato angurie e peperoni. Le spiagge vengono erose, la siccità crea danni alle coltivazioni, le api non producono miele. Sono questi gli effetti concreti, nel nostro Paese, del secondo anno più caldo mai registrato a livello globale, il primo in assoluto in Europa. Il 2019 è stato l’ultimo di cinque anni di temperature record e ha chiuso il decennio più caldo mai registrato, come emerge dai dati del Copernicus Climate Change Service (servizio per le rilevazioni sulla temperatura del Centro europeo per le previsioni meteorologiche) che, in collaborazione con Copernicus Atmosphere Monitoring Service, rivela anche che i livelli di concentrazioni di CO2 nell’atmosfera hanno continuato ad aumentare.

I DATI GLOBALI ED EUROPEI – Il 2019 ha registrato temperature superiori di 0,6 gradi centigradi rispetto alla media del 1981-2010, mentre negli ultimi cinque anni i valori sono stati di 1,1-1,2 gradi centigradi sopra al livello pre-industriale indicato dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc). Il riscaldamento più significativo si è verificato in Alaska e in altre vaste parti dell’Artico. L’Europa ha vissuto il suo anno solare più caldo, di poco superiore al 2014, 2015 e 2018. Il tutto, mentre le concentrazioni globali di CO2 atmosferica continuano a crescere a un tasso stimato, per il 2019, che varia dai 2,3 a 0,8 ppm all’anno. Va ricordato che l’Europa è responsabile per circa il 10% delle emissioni globali di CO2.

IL QUARTO ANNO PIÙ CALDO PER L’ITALIA – Analogamente a quanto è accaduto su scala globale, anche in Italia ciascuno degli ultimi quattro decenni è risultato più rovente del precedente: dal 1980 a oggi la temperatura è cresciuta in media di 0,45 gradi ogni dieci anni. Un trend confermato dai dati raccolti dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr (Isac-Cnr). Il 2019 ha chiuso “con un’anomalia di +0,96°C sopra la media – ha spiegato Michele Brunetti, responsabile della Banca dati di climatologia storica dell’Istituto – risultando il quarto anno più caldo per il nostro Paese dal 1800 ad oggi, preceduto dal 2014 e 2015 (+1°C sopra media) e dal 2018 (l’anno più caldo con un’anomalia di +1,17°C rispetto alla media del periodo 1981-2010)”. Dietro i numeri, però, ci sono le conseguenze – a volte devastanti – che sono sotto gli occhi di tutti. Anche in Italia.

DAL MONTE BIANCO AL GRAN SASSO – La scorsa estate, dopo una decina di giorni di caldo estremo, si è verificato un fenomeno senza precedenti: il ghiaccio si è sciolto e ha formato un lago alla base del Dente del Gigante, sul Monte Bianco. A settembre l’allarme: a rischio crollo una parte (una massa di circa 250mila metri cubi) del ghiacciaio Planpincieux, sulle Grandes Jorasses, lungo il versante italiano del massiccio. In quei giorni, Legambiente ha organizzato ‘Requiem per un ghiacciaio’, sette veglie funebri per accendere i riflettori sul Lys, nel massiccio del Rosa in Valle d’Aosta, sul Monviso (Cuneo), sullo Stelvio fra Alto Adige e Lombardia, sul ghiacciaio del Brenta in Trentino, sul Montasio in Friuli e sulla Marmolada nelle Dolomiti, dove la scorsa estate si è registrato un arretramento di 30 metri. Secondo un recente studio del Cnr, dal 2004 al 2015, il ghiacciaio della Marmolada ha subìto una riduzione di volume del 30% e di area del 22% e potrebbe scomparire del tutto fra 25-30 anni. La verità è che nell’ultimo secolo, ma soprattutto negli ultimi 30 anni, i ghiacciai alpini hanno perso il 50% della loro copertura. Un fenomeno che riguarda anche gli Appennini. Quasi del tutto scomparso il ghiacciaio del Calderone, sul versante nord est del Gran Sasso, in Abruzzo, ridotto a un accumulo di ghiaccio. In questi giorni, mentre si continua a parlare della realizzazione di nuovi impianti, i gestori delle strutture ricettive hanno dovuto fare i conti con l’assenza di neve e con un calo di presenze tra il 60 e il 70 per cento. Tanto che tra le soluzioni prospettate c’è quella dell’innevamento artificiale, già utilizzato ad esempio sul Monte Cimone, la vetta più alta dell’Appennino Settentrionale e dell’Emilia-Romagna.

SICCITÀ E DESERTIFICAZIONE – Intere aree del nostro Paese sono a rischio desertificazione, quasi il 21 per cento del territorio, soprattutto al Sud. La ragione principale è proprio il riscaldamento globale, ma contribuiscono anche sfruttamento intensivo del territorio, abbattimento delle foreste, monocolture e inquinamento. Secondo il Cnr, in Sicilia le aree a rischio sono il 70%, in Puglia il 57%, nel Molise il 58%, in Basilicata il 55%. In Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania sono tra il 30 e il 50%. “La siccità – spiega la Coldiretti – è diventata l’evento avverso più rilevante per l’agricoltura, con i fenomeni estremi che hanno provocato in Italia danni pari a più di 14 miliardi di euro nel corso di un decennio”. Di fatto, negli ultimi 25 anni è scomparso oltre un quarto della terra coltivata (-28%) con la superficie agricola utilizzabile in Italia che si è ridotta a 12,8 milioni di ettari. E negli ultimi quindici anni è sparita anche una pianta da frutto su tre, fra mele, pere, pesche, arance, albicocche e altri frutti. Secondo i dati Istat, il ‘frutteto italiano’ è passato da 426mila a 286mila ettari, con un crollo netto del 33 per cento.

SE FIORISCONO GLI ALBERI A DICEMBRE – Non solo. Il clima impazzito, in Puglia, quest’anno ha offerto scenari bucolici da primavera a Natale, con alberi di pero in fiore a dicembre. “La tropicalizzazione del clima azzera in pochi attimi gli sforzi degli agricoltori che perdono produzione e subiscono l’aumento dei costi a causa delle necessarie risemine, ulteriori lavorazioni, acquisto di piantine e sementi e utilizzo aggiuntivo di macchinari e carburante”, è il grido d’allarme lanciato da Savino Muraglia, presidente di Coldiretti Puglia. La programmazione dei coltivatori è stata completamente stravolta: raccolgono broccoli, cavoli, sedano, prezzemolo, finocchi, cicorie, bietole, tutti maturati contemporaneamente per le temperature primaverili. Il problema è l’effetto del possibile improvviso abbassamento della temperatura sulle piante in fiore. E d’estate? Nelle campagne lombarde, tra Cremona e Mantova, il caldo africano di giugno scorso ha bruciato frutta e verdura pronte per la raccolta. In primis angurie e peperoni.

IL CALDO STRESSA ANCHE GLI ANIMALI – Fa troppo caldo anche per le api. E le danneggia su due fronti. Intanto perché le temperature si alzano proprio nei mesi invernali (quindi sbocciano le gemme), ma in primavera gelano e il freddo interrompe le fioriture. Poi, all’improvviso, scatta il caldo. Questo significa che le api si riproducono, ma muoiono di fame. In Piemonte, ad esempio, non si riesce più a produrre miele di acacia. Dai circa 40 chili di produzione ad alveare si è scesi a uno. Secondo fronte: quando fa troppo caldo le api, stremate, smettono di volare e di trasportare nettare e polline, mentre con le arnie anche a 36 gradi è molto difficile salvare le nuove covate dalla disidratazione. Anche le mucche si stressano per le temperature troppo alte. Per loro il clima ideale è fra i 22 e i 24 gradi. Se fa più caldo mangiano poco, bevono molto e producono meno latte. La scorsa estate su tutto il territorio italiano sono arrivate a produrre anche il 10% di latte in meno rispetto ai periodi normali.

EROSIONE E ACQUA ALTA – Il livello del mare che si alza a causa delle temperature più alte è anche tra i fattori che hanno portato Venezia (a novembre 2019) a fare i conti con l’acqua alta, a livelli (187 centimetri) che non si vedevano dal novembre 1966. Altre cause sono l’alta marea, fenomeno piuttosto frequente nella Laguna e provocato dall’attrazione della Luna sulle maree, oltre che da fattori meteorologici, ma anche l’abbassamento del livello del suolo e i flussi di venti che arrivano da Sud e che spingono l’acqua del Basso Adriatico fino alla Laguna, anch’essi conseguenza dei cambiamenti climatici. A rischio inondazione, però, non è solo Venezia. Studi condotti da Enea dimostrano che 5.500 chilometri quadrati di pianura costiera del nostro Paese sono a rischio inondazione a causa dell’erosione costiera. Solo nell’ultimo anno sono state individuate altre sette nuove aree in pericolo in cinque diverse regioni.

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