Bettino Craxi nostalgia canaglia. L’Hammamet di Gianni Amelio è quello che in parecchi si aspettavano: la santificazione dell’ex presidente del consiglio e un’immensa prova di Pierfrancesco Favino. Tanto era astratto e universale il minimalismo del cinema di Amelio fino all’altro ieri, tanto è inchiodato come un Cristo alla storia questo Bettino vittima dei cattivi magistrati negli ultimi sei/sette mesi di dolorosa sua vita in quel di Hammamet. Agamennone, Cassandra, Re Lear. A sfogliare il pressbook ricevuto all’entrata di un’anteprima attesa quanto forse più del Tolo Tolo di Zalone, l’ultimo vano tentativo di indirizzare l’opera sulla falsariga della tragedia classica cade inesploso appena prima dei titoli di testa.

Hammamet (dal 9 gennaio nelle sale italiane) si apre con la riproduzione pedissequa del 45esimo Congresso del Partito Socialista Italiano all’ex Ansaldo di Milano, quello del 1989, con la piramide di Panseca alle spalle del leader Bettino che sottolinea quanto ha fatto diventare moderna l’Italia. Applausi, garofani rossi, entusiasmi assortiti. È il Bettino vero, quello di Hammamet. Quello sagace, puntuto, spregiudicato, carismatico, anticomunista feroce (le battute si sprecano sugli ex mai stati suoi compagni) che abbiamo imparato a conoscere dalla tv e dai giornali dell’epoca. L’arrivo di un Moroni qualunque, tal Vincenzo (Giuseppe Cederna), l’ex operaio finito a contare banconote e tangenti per il partito, ora impaurito e preoccupato dell’andazzo del socialismo craxiano, ufficio finanziamento pubblico, è un tentativo maldestro (abbiamo visto tutti i film di Amelio e così scontata la sua scrittura non era mai stata) di costruire il sottotesto fittizio che permetterà poi al presunto figlio di costui di apparire nella villa tunisina di Craxi, pittato di fango in viso come Brando in Apocalypse Now, per tentare senza troppa decisione giustizia personale che si trasforma poi (altro carpiato drammaturgicamente zoppo) in riprese in 4:3 delle ultime parole famose di Bettino come fosse un estremo tributo al mahatma della politica italiana.

Insomma, in quel buen ritiro carico di angoscia, rimpianti e rabbia verso giudici, giustizia, forche popolari giacobine (i turisti che lo incontrano insultandolo è una sequenza/frammento di hotel Raphael ribaltato di senso – è Craxi ad aggredire: “dove le avete prese le monetine dalla sagrestia o da un salvadanaio?”), il “presidente” mastica amaro incrociando la moglie (Anna, mai nominata) che guarda in tv Le catene della colpa (sic) di Jacques Tourner e dove la terra scotta di Anthony Mann; la figlia tuttofare di cui sopra; il nipotino che indossa sempre il cappello da garibaldino e si fa chiamare “generale” dal nonno (nella realtà appassionato, come si sa, di storia e cimeli risorgimentali, così come Anna era appassionata di cinema); il figlio Bobo (mai chiamato per nome) più assente che presente, che intona Piazza Grande alla chitarra per dialogare col padre distante; un’amante (Claudia Gerini) ancora innamorata di lui (Ania Pieroni? Probabile); e perfino un democristiano di piccolo cabotaggio (Renato Carpentieri) che in fondo gli indica la strada che lui, orgoglioso, mai percorrerà: dichiarati colpevole che tanto tutto passa e torna alla normalità.

Amelio sceglie la strada di un’agiografia da santo laico per Craxi, provando perfino a muovere la macchina da presa come sa fare magistralmente e da tempo, con tutta la ieratica magniloquenza di un Visconti, carrellate all’indietro, profondità di campo, luci tenui della sera che nel loro simbolismo davvero paiono sbucate dal viaggio nelle tenebre di Coppola. Però il peso della storia su cui il regista vuole aggrapparsi è talmente invadente forse persino per i craxiani più convinti. Non che Amelio eluda le vicende giudiziarie, tutte elencate pedissequamente come nella realtà, il punto è invece l’assoluzione totale, senza ombra di dubbio, sul politico (“rubavano tutti”) e sull’uomo (l’umanizzazione con il debole fanciullesco per la pastasciutta). Nonostante il tentativo di pompare quel sottotesto finzionale, finito addirittura in dimensione onirico grottesca con il padre (Omero Antonutti) che osserva Bettino morente su una carrozzina come fosse una piece di Romeo Castellucci sul palco di un cabaret alla Bagaglino riflesso moribondo nella piramide iniziale di Panseca, Hammamet sembra, esteticamente, un Sorrentino (Divo o Loro che sia) di serie B, come una fidelizzazione cieca alla oramai smunta causa craxiana che nemmeno un Berlusconi qualunque.

Si diceva infine di Favino che è letteralmente Bettino Craxi. Che Amelio lo faccia chiamare “presidente”, sua maestà o sua signoria, Favino rifà Craxi e punto. Questo per sottolineare l’analisi di un film tremendamente realistico. E Favino lo fa talmente bene, Bettino, che sembra di assistere ad una riproduzione in computer grafica come accadde per JFK in Forrest Gump. Oltre ad un make up certosino perfino nelle macchie sulla pelle (Andrea Leanza), l’attore romano ridà voce a Bettino facendo venire i brividi perfino ai suoi figli. Favino ha praticamente lavorato su una serie di gesti e atti basici del personaggio storico partendo addirittura dal suo respiro per arrivare all’andatura caracollante e allo stesso tempo sempre imperiosa. Una mimesi impressionante. Clamorosa. Devastante. Una performance che, oltretutto, cancella tutto il resto del film. Tanto che quando Amelio ripeterà ancora una volta “non è un film su Craxi” penserete a Favino con la calotta calva sul cranio e quei mezzi denti dell’arcata superiore che spuntano da sotto il labbro e direte: ma il regista immaginava, forse un altro film. Produce la Pepito di Agostino Saccà.

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