Sono arrivati in una città deserta e stordita dai botti di fine anno. Sono arrivati alle prime luci dell’alba, come fossero topi d’appartamento. Solo che ladri non erano. Tutt’altro, erano lavoratori. C’erano addirittura decine di poliziotti in tenuta anti sommossa per difendere il loro lavoro: tagliare 57 alberi sani del Campus Bassini – una magnifica area verde che non ha mai visto una costruzione – a Città Studi, Milano: la città che fa tendenza e controtendenza (funzionano i mezzi pubblici, la sanità, i servizi, le mostre…), la città campione, la città cool e un po’ smart, qualunque cosa voglia dire a questo punto. Sarà.

Sarà il caso, piuttosto, di riscrivere il racconto: di questa metropoli, di questo Sindaco, di questa giunta, di questa amministrazione (di cui, a volte con orgoglio, faccio parte). Milano oggi è molto fumo e poco arrosto, purtroppo, e il concetto di bene comune assume sfumature opinabili – voglio essere prudente – perché dominano gli affari, gli interessi economici, i business dei costruttori. La lotta in difesa dell’ambiente non è solo una borraccia consegnata nelle mani di bimbi innocenti a beneficio delle telecamere, non è una lunga teoria di proclami roboanti, non sono tre milioni di alberi da piantare entro dieci anni.

La lotta in difesa dell’ambiente è molto altro ancora, e ci vuole poco a capirlo in un clima di onestà intellettuale. Al di là del fatto singolo (piccolo? troppo piccolo? di poco conto?), a Milano si continua a costruire, a consumare suolo, ad abbattere alberi, a sopravvivere in un luogo tra i più inquinati al mondo, a lasciare le periferie nel degrado, a trascurare il tema delle case popolari, degli affitti per i giovani, degli edifici pubblici e privati vuoti e abbandonati.

Non m’importa nulla delle week (ho perso il conto, quante sono? Dieci, cinquanta, cento?), dei Fuorisalone, delle Olimpiadi e del nuovo stadio Meazza. Quella è la facciata. Voglio una città da vivere e non da bere, voglio una città per tutti, giovani e anziani, uomini e donne, lavoratori e pensionati, e bambini. Una città da abitare, una città davvero sostenibile.

E prometto tolleranza zero per chi inquina e attenta all’ambiente, taglia alberi e prende per i fondelli (do you remember, Beppe Sala, la dichiarazione di emergenza climatica e ambientale?), assicurando improbabili compensazioni: che senso ha abbattere per ripiantare? E lo dico in nome della logica come categoria prepolitica, che è accessibile a tutti, a quelli della maggioranza e a quelli dell’opposizione, silenti come non mai, intrappolati nelle loro ridicole parole d’ordine, nei loro trucidi slogan, nel loro esiguo vocabolario: “Vergogna! Prima gli italiani!”.

Ecco perché saremo in piazza giovedì 9 gennaio, come Verdi, come Europa Verde, insieme alla gente comune, ai comitati cittadini e ad altre associazioni ambientaliste. Chiederemo che l’area del Campus Bassini non venga edificata, ma rimanga bene comune: e che l’amministrazione milanese vieti la costruzione di nuovi edifici in tutte le aree verdi rimaste! Partiremo alle 17 da via Bassini per raggiungere Palazzo Marino, e lo faremo per fermare il consumo di suolo, per protestare contro un andazzo che in città non conosce sosta.

Quello che è successo a Milano, al Bassini, per garantire il via libera alla devastazione di oltre seimila metri quadrati di suolo mai costruito, succede ovunque in Italia. E dimostra che alcune istituzioni e quasi tutti i partiti politici – e sì, anche quelli del centrosinistra – sono piegati al potere economico e non viceversa, come dovrebbe essere e non è.

Se siamo in emergenza, dobbiamo dare valore e contenuto alle parole. E che emergenza sia, allora, e una volta per tutte, prima che sia troppo tardi. Sala si affacci al balcone di Palazzo Marino e chieda scusa. Se l’ha fatto un Papa, può farlo anche lui.

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