La Liguria è una “scarsa lingua di terra che orla il mare, chiude la schiena arida dei monti; scavata da improvvisi fiumi… combattuta dai venti”. La fragilità della regione è diventata oggi una vera e propria emergenza, ma grandi poeti del 900 come Camillo Sbarbaro avevano già segnalato questa fragilità con versi lievi, scarni, misurati come l’indole ligure dettava loro. Senza ottenere risposte consapevoli da chi doveva pianificare l’uso sostenibile del territorio, progettare e costruire infrastrutture resilienti, prefigurare il futuro senza ripercorre le orme del passato. Perché il futuro non è mai quello di una volta ma la politica continua a crederlo.

Antonio Cederna, grande intellettuale del 900, fece della tutela dell’ambiente una missione di vita. Nel 1973 scriveva su L’Espresso che “gli eventi franosi sono due-tremila l’anno, con un morto ogni otto giorni: i geologi del Servizio di stato sono cinque, uno ogni dieci milioni di abitanti (mentre nel Ghana sono uno ogni settantamila). Sarebbe davvero strano che l’Italia non andasse periodicamente sott’acqua. Gli interventi pubblici sono saltuari, sono frammentari, non coordinati”.

È un mistero perché citasse il Ghana, i cui tecnici abbiamo formato in Italia quando ancora ci curavamo del Terzo Mondo con passione civile e senza paure: un mio allievo nativo di quel paese, dottore di ricerca, oggi dirige Habitat, il programma dell’Onu per lo sviluppo delle città africane. Oggi il Ghana è un paese in rapida ascesa, mentre quanto successo in Italia dal 1973 a oggi è un tradimento vero e proprio della lezione di Cederna. Ogni azione, iniziativa, misura di mitigazione è stata ispirata dall’emergenza. Leggi e decreti in materia sono stati battezzati dalla geografia dei disastri. E, non a caso, l’Italia si distingue per la capacità di gestire bene l’emergenza – anche grazie al coraggio e all’abnegazione dei volontari – mentre latita in tema di prevenzione, pianificazione, progettazione sostenibile.

Ai tempi di Tangentopoli, quasi trent’anni fa, scrissi che il danno maggiore della corruzione non era economico, ma culturale. Allora, la qualità dei progetti aveva perso ogni valore. Per l’ingegneria, l’architettura, la geologia il fuoco era puntato sull’acquisizione dell’incarico. E la qualità del progetto, la sua realizzazione, il suo destino – in totale assenza di cura, controllo e manutenzione – erano guardati con fastidio, traditi da tutti: progettisti, consulenti, burocrazie, decisori. Non soltanto nella sfera pubblica, ma anche in quella privata.

Il destino, pur cinico e baro, ha una sua puntualità. Costruire strade, ponti, gallerie, approdi, scogliere incuranti della geomorfologia, della idrologia, della oceanografia è stato un azzardo, quasi sempre inconsapevole, qualche volta cosciente. La geotecnica non è una opinione, ma una disciplina con regole chiare. La competenza non è un fronzolo, ma un requisito indispensabile per convivere bene con la natura di un territorio fragile, assieme a una visione multidisciplinare e al traguardo del lungo periodo. Basta percorrere una qualunque strada ligure dell’entroterra per costatare come frane, smottamenti, cedimenti si concentrino negli impluvi. Non era necessario costruire modelli matematici più o meno sofisticati per capirlo, ma un minimo di conoscenza olistica.

Dopo Tangentopoli, la religione del mercato ha trasformato il massimo ribasso in un dogma, con ovvie conseguenze sulla qualità. L’ossessione per il pericolo della corruzione – pur immancabile compagna della nostra vita collettiva – ha prodotto una babele di controlli formali e svuotato di sostanza la verifica tecnico-scientifica. Aggirare pareri autorevoli in ossequio all’urgenza, come spesso accade, si concretizza in progetti gracili. Stiamo ancora convivendo con la debolezza culturale emersa 30 anni fa.

L’archetipo dell’insipienza ligure – amministrativa, gestionale e costruttiva – è la breve tratta, nota come Aurelia Bis, tra Savona e Albisola, lunga circa 5 chilometri. Il cantiere fu inaugurato dal governatore ligure pro-tempore nel febbraio del 2013, con la posa della prima pietra dopo quasi 20 anni di febbrile gestazione. A lavori fermi, una frana minaccia ora il cantiere chiuso da mesi, la collina sopra la nuova galleria dà segnali di instabilità, i residenti – prigionieri di quel cantiere infinito – sono esasperati. Procedendo con la stessa velocità e solerzia, terminare l’autostrada del Sole avrebbe richiesto non un secolo, ma un millennio.

Bisogna voltare pagina in modo consapevole, con realismo e decisione. E ci vuole la pazienza di imparare a convivere con infrastrutture gracili, pianificando le necessarie correzioni e mettendo mano alle indispensabili sistemazioni, con una pianificazione di medio e lungo periodo. Senza invocare l’alibi del clima che cambia, ma attuando politiche consapevoli di adattamento al clima che sta cambiando.

“Nel lungo periodo siamo tutti morti”, diceva John Maynard Keynes. Esprimeva l’urgenza di dotare il sistema di strumenti appropriati già nel presente, a fine di prevenire o almeno attenuare le fluttuazioni cicliche. Si riferiva all’economia, ma si applica tal quale anche al clima.

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