L’anno nuovo nelle capitali asiatiche è spettacolare. Le strade di Kuala Lumpur sono piene di gente e dai vecchi e nuovi grattacieli scendono enormi fasci di luce. A Singapore è un carnevale pirotecnico e la gente, ricchi e meno ricchi, se lo gode col naso in su. A Shanghai si stappano bottiglie di vini pregiati e i super-ricchi scivolano nei loro vestiti da sera su piste da ballo gigantesche. Meno di un trentennio dopo la crisi dei mercati asiatici, si respira in queste capitali l’aria dei ruggenti anni Venti: è qui che ci si prepara al decennio del grande salto, quello in cui alcuni addirittura pensano che l’Asia sorpasserà il vecchio occidente.

Le tensioni sociali fortissime, quelle in India tra induisti e mussulmani, questi ultimi minacciati di perdere la nazionalità se non producono certificati inesistenti che dimostrano la nascita di nonni e genitori nel paese; la lotta serrata dei fautori dell’indipendenza democratica ad Hong Kong; la condizione tragica delle centinaia di milioni di rifugiati provenienti dai paesi più poveri e quella dei migranti delle Filippine, dell’Indonesia, del Laos nelle fabbriche e nelle case dei ricchi asiatici: tutto ciò rimane nascosto all’occhio degli stranieri che ammirano la bellezza dell’architettura moderna.

La formula vincente delle capitali asiatiche è la diseguaglianza, un principio nato dall’applicazione più cruda del neoliberismo occidentale. Senza regole, senza controlli, con una corruzione rampante. Qui ha funzionato per i più fortunati e per l’economia in generale: in fondo anche nei ruggenti anni Trenta questi erano i principi base, anche se attutiti dal movimento dei lavoratori.

Nel 2020 Boris Johnson vorrebbe trasformare il Regno Unito, e Londra in particolare, nella Singapore sul Tamigi, un centro deregolarizzato dove la tassazione è bassissima e lo stato appoggia chiunque abbia voglia di continuare il modello sperimentato in Asia. In fondo non è un’idea assurda dal punto di vista economico, lo è invece da quello sociale. L’Europa ha avuto la sua rivoluzione industriale, sostenuta dallo sfruttamento di una forza lavoro ampia e senza voce; ha però fatto tesoro di questa esperienza e ha conquistato una democrazia che poggiava sul concetto di eguaglianza. Tornare indietro oggi non sarebbe un balzo in avanti ma indietro.

Naturalmente non si parla più di industria vera e propria ma di industria finanziaria, ed è a questo segmento dell’economia che Johnson parla quando sogna una Singapore sul Tamigi. E la risposta fino ad ora è stata positiva. Inaspettatamente, nell’ultimo miglio della maratona della Brexit, la finanza globalizzata è emersa come l’alleata di punta del nuovo primo ministro, forse perché la City di Londra è da sempre uno dei centri più importanti dell’economia del Regno Unito. Il regno di sua maestà gode di un surplus di servizi nei confronti dell’Unione Europea di ben 28 miliardi di sterline, soldi che arrivano principalmente dai servizi finanziari, mentre ha un deficit commerciale con gli altri stati membri. Facile intuire perché piazze come Francoforte, Parigi o Milano sono ben disposte a prendersi una fetta di questa ricca torta.

L’accordo stipulato da Johnson prevede il principio di equivalenza, che dà alla City accesso all’Unione per la vendita dei servizi finanziari solo se Londra aderisce alla regole dell’Ue. Tale principio può essere revocato in qualsiasi momento. Bruxelles ha usato questa arma per piegare la Svizzera, costringendola a comportarsi come le altre piazze europee, inclusa l’accettazione delle regole sull’emigrazione.

La finanza londinese potrebbe preferire un’uscita senza accordo, una Brexit dura alla fine dell’anno, se l’alternativa è creare un’area deregolarizzata, anche se l’Unione dichiarerà guerra a oltranza al Regno Unito. Chi fermerà i capitali che voleranno a Londra? È un’ipotesi che si sta discutendo in circoli chiusi al momento, ma ne sentiremo parlare molto in quest’anno che abbiamo davanti.

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