Sulla porta del centro sociale Brancaleone di via Levanna, a Monte Sacro, poco prima della presentazione del libro Grande come una Città, mi si avvicina un giovane e vedendomi con barba e capelli abbondantemente bianchi, mi dice: “Lei deve averne fatte di battaglie!”. Cavolo che domanda difficile! Che vuol dire aver fatto battaglie?

Ebreo, nato a Roma il 23 maggio 1944, i miei primi 11 giorni di vita sono stati sicuramente i più movimentati della mia vita. I nazifascisti danno le ultime zampate mortali, rastrellano, arrestano, fucilano. Gli alleati continuano a bombardare Roma, le sirene suonano di continuo e la gente corre nei rifugi antiaerei. Finalmente il 3 giugno i tedeschi scappano al nord e il giorno dopo arrivano gli americani.

Per me il fascismo è finito, ma chiaramente non ricordo nulla di quei primi giorni di vita e molto poco mi è stato raccontato dai miei genitori dell’intero periodo fascista, delle persecuzioni razziali, del dover vivere sotto falso nome, dell’espulsione di mia sorella dalla scuola dopo il manifesto sulla razza, o di mia nonna che, non del tutto lucida, si offriva come crocerossina ai comandi nazifascisti, mettendo a rischio la nostra falsa identità. Eravamo la famiglia Ruggiero, profughi da Altamura, dove, essendo stata bombardata l’anagrafe, non era possibile controllare la veridicità dei documenti. Il ricordo di questo periodo è rimasto nel mio nome. Ruggero, senza la “i”.

Subito dopo la guerra si preferiva non raccontare le vicende che si erano sofferte: forse era un modo per continuare a mimetizzarsi, o perché il ricordo della sopraffazione era vissuto come troppo umiliante. Solo successivamente si è sentito il bisogno di testimoniare le persecuzioni subite, forse da quando si sente che i tempi non sono più così limpidi e potrebbero ancora una volta diventare difficili.

Fin da piccolo la conoscenza delle persecuzioni razziali ha suscitato in me sentimenti di odio verso tutti i tipi di violenza in maniera indistinta e universale. Mi ha sempre colpito quanto il male potesse assumere dimensioni collettive, diffuse, legate a qualche forma di appartenenza ideologica, come la religione o la razza. Ho cominciato a concepire “l’appartenenza” in sé come un possibile pericolo, l’io di massa indebolisce l’io individuale, la sua capacità di critica e di discriminazione, la difesa del “bene” del gruppo al quale si appartiene si trasforma facilmente in esclusione e sopraffazione verso chi, in quanto diverso o straniero, viene visto come male.

Penso che tutto questo sia concentrato in una piccola meravigliosa frase di André Gluksman: “ Soltanto l’audacia di non pensare più al bene può consentirci di pensare male del Male”. Questa filosofia però mi ha portato a seguire i tanti importanti avvenimenti del dopoguerra in Italia in modo un po’ marginale, partecipando più che militando. Solo il superamento del manicomio mi ha visto attivo e in prima linea, per cercare di spezzare quel circolo vizioso fra le condizioni disumane vissute senza ragione dai ricoverati e l’imbarbarimento dei gesti di chi era chiamato istituzionalmente all’assistenza. Ma probabilmente questa battaglia sarebbe rimasta solitaria se Franco Basaglia non avesse rappresentato un richiamo e un punto di riferimento per molte persone.

Poi improvvisamente, in un periodo storico politicamente confuso, con una destra potenzialmente aggressiva che diventa sempre più popolare, proprio nel mio quartiere, il terzo municipio, Christian Raimo, assessore alla Cultura del comune di Roma, si inventa qualcosa che definisce “Chiamata alle arti”. Geniale!! Non una chiamata alla partecipazione, o una chiamata alla politica, o una chiamata al volontariato, ma una “chiamata alle arti”, una chiamata alla creatività! Mille volte geniale.

Joy Paul Guilford, padre del “pensiero divergente”, definisce la creatività una particolare capacità di superare i problemi in modo flessibile, nuovo e originale abbandonando le proprie rigide certezze. La chiamata alle arti mi sembra la realizzazione di questa filosofia: centinaia di persone che si riconoscono nell’antifascismo e nell’antirazzismo hanno abbandonato il senso d’impotenza solitario per generare collettivamente idee, attività culturali, conferenze, dibattiti, riunioni, mostre, attività artistiche teatrali e musicali e, più che altro, per tessere la possibilità di confronto fino a spingersi a una lecita conflittualità in grado di rispettare le diversità e di non identificarsi con una ideologia unica e fanatica.

Dopo un solo anno si è riusciti a scrivere un libro collettivo che parla di questo “movimento” (Grande come una città. Reinventare la politica a Roma, a cura di Christian Raimo, ed. Allegre). E così, a 75 anni, proprio sotto casa, grazie a Grande come una città, ho trovato le condizioni per cui appartenenza e militanza possono convivere.

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