Una crisi di governo scoppiata all’improvviso in pieno agosto. Con un ministro dell’Interno che chiede nuove elezioni per avere “pieni poteri“, mentre sul fronte opposto c’erano due partiti che si odiavano da sempre. E che invece in sole quattro settimane hanno imparato almeno sopportarsi. Di più: a governare insieme. Sarà anche per questo motivo che Sergio Mattarella, stasera parlerà di comunità nazionale, di coesione e solidarietà. E probabilmente di futuro, “l’ineludibile futuro“, una sfida alla quale farsi trovare pronti, suo vero chiodo fisso: lo ripete da anni, lo ascoltano in pochi, è costretto a ripeterlo ancora. Nel discorso dell’anno scorso quella parola è stata pronunciata sei volte in quarto d’ora. I cittadini sembrano apprezzare. Lo applaudono nei teatri, ma lo scelgono pure nei sondaggi, visto che in un Paese dove 8 su 10 non si fidano dello Stato, il presidente ha la fiducia del 55 percento della popolazione: meglio fa solo il Papa.

Con le scolaresche

Nel discorso di stasera, dunque, la traccia scelta dal presidente è l’identità italiana, il popolo che si unisce per sopravvivere alle difficoltà. Nonostante le difficoltà. Uno spunto scelto da Mattarella a pochi giorni dalla citazione di Aldo Moro usata per fare gli auguri di Natale alle alte cariche dello Stato. Punto di riferimento politico del fratello Piersanti, ma soprattutto primo teorico del “compromesso storico” tra Dc e Pci. È Moro che Mattarella ha scelto per il primo Natale del governo PdM5s. Segno che per il presidente l’unione tra i dem e i grillini è paragonabile a quella – mai veramente realizzata- che era costata la vita al leader della sinistra Dc. Allora erano le forze sane di un Paese che ombre nere volevano spappolare. Oggi, molto più semplicemente, il moderno compromesso è fatto da partiti politici diversi che per governare devono accettare le “essenziali ragioni di libertà, di rispetto e di dialogo” evitando i “toni molto aspri”. Concetti che, per la verità, dal Colle arrivavano anche prima, quando al governo c’era la Lega, ma le ragioni del rispetto e del dialogo albergavano altrove.

Se il 2018 era stato l’anno in cui l’Italia ha “scoperto” del dodicesimo presidente, costretto a uscire dall’ombra per governare una crisi politica senza precedenti, quello che si conclude è stato l’anno in cui il Quirinale è stato chiamato a confermarsi arbitro nelle situazioni d’emergenza. Armato di Costituzione, unico vocabolario che l’ex giudice della Consulta considera a sua disposizione, Mattarella sta letteralmente governando il caos della Terza Repubblica. Un ruolo che sembrava impensabile per chi come lui è un politico della Prima: lo definitivano “grigio”, “demodè”, “antico”, eppure è stato il primo presidente a pronunciare un discorso che sembra pensato per i social. Il 31 dicembre del 2018 ha parlato al Paese usando frasi lunghe in media 112 caratteri, praticamente un breve tweet per ogni concetto. Alla fine della crisi di governo d’agosto, invece, è uscito a sorpresa a ringraziare i giornalisti spiegando che per lui “é stato di grande interesse leggere ogni mattina i giornali stampati o on line“. Per la prima volta pure l’informazione web ha guadagnato dignità al Quirinale.

Durante la crisi con Grasso e Zampetti

Dove le vicende degli ultimi dodici mesi hanno costretto il presidente a uscire dal suo proverbiale riserbo. Prima della caduta del governo Conte 1 c’erano state le elezioni europee, con la vittoria della Lega in Italia, e l’avanzata dei sovranisti in tutta l’Unione. Che fa il presidente? Dice che fuori dall’Ue “non c’è futuro per l’Italia” e quella dell’isolamento non è una soluzione. Toni un pelino più duri di quelli usati qualche settimana dopo, quando l’inchiesta di Perugia su Luca Palamara provoca un terremoto al Consiglio superiore della magistratura. E le scosse si sentono anche sul Colle più alto di Roma. Luca Lotti, il renziano imputato a Roma per l’affare Consip che ragionava sul futuro procuratore della Capitale, intercettato si vanta di aver parlato con Mattarella della sua situazione. Il Quirinale non reagisce: nessuna nota ufficiale per rispondere alle intercettazioni dell’ex ministro, ma solo una smentita affidata alle date (l’ultimo contro tra Lotti e il capo dello Stato era precedente alla richiesta di rinvio a giudizio del renziano). Poi arriva la voce del presidente in persona, che a Palazzo dei marescialli intervniere per chiedere al Csm di “voltare pagina” dopo l’inchiesta. Descritta come un”coacervo di manovre nascoste“, di “millantata influenza“, “di indebita partecipazione di esponenti di un diverso potere dello Stato” in totale “contrapposizione con i doveri che i cittadini si attendono dalla Magistratura”. Su quel millantata influenza a qualcuno saranno fischiate le orecchie.

Quello è un passaggio in cui ancora una volta il presidente si dimostra arbitro e non semplicemente notaio di decisioni prese da altri. Un notaio avrebbe sciolto il Csm, scolpendo nella storia lo scandalo provocato da Palamara. L’arbitro Mattarella ha dato tempo e modo all’organo di autogoverno della magistratura di rigenerarsi, con le dimissioni dei consiglieri coinvolti nell’inchiesta e le elezioni dei nuovi, senza decapitare in modo traumatico l’intero consiglio. Una differenza gigantesca di funzioni, quella tra notaio e arbitro, che Mattarella ripete da tempo, spesso inascoltato. “Il capo dello Stato è arbitro e non compie scelte politiche ma richiama al rispetto del senso delle istituzioni“, diceva già a luglio quando i conflitti tra Lega e Movimento 5 stelle avevano ormai raggiunto l’apice, tanto che qualcuno ipotizzava già elezioni anticipate. Dopo il colpo di mano di Salvini, un “presidente notaio” avrebbe sciolto le Camere senza neanche immaginare un dialogo tra grillini e dem, in quel momento oggettivamente neanche ipotizzabile.

L’arbitro Mattarella, invece, informato in tempo reale da Giuseppe Conte sui colloqui col leader della Lega, ha accettato senza riserva le dimissioni del premier. Poi ha dato un tempo limitato ai partiti, un paio di giri di consultazioni, chiarendo che sarebbero stati “possibili solo governi che ottengono la fiducia del Parlamento con accordi dei gruppi su un programma per governare il Paese”. E siccome da via Bellerio hanno passato tutto agosto a chiedere il ritorno alle urne 24 ore al giorno, il presidente ci ha tenuto a spiegare che “quella di nuove elezioni è una decisione da non assumere alla leggera, dopo più di un anno di vita legislativa, mentre la Costituzione prevede che gli elettori vengano chiamati al voto per eleggere il Parlamento ogni cinque anni”. Punto. “Il ricorso agli elettori è tuttavia necessario qualora il Parlamento non sia in condizione di esprimere una maggioranza di governo”.

Con le vedove Calabresi e Pinelli

Tutta la gestione delle crisi estiva ha seguito questo copione e questo ritmo: con il fido portavoce Giovanni Grasso a destra, e il segretario generale Ugo Zampetti a sinistra, Mattarella è intervenuto in modo secco, con discorsi brevi e concisi, senza inutili retoriche istituzionali. Ogni volta citava almeno un paio di articoli della Carta. Sembra banale ma non lo è visto che gli interlocutori politici spesso non sembrano seguirlo. E allora il capo dello Stato è costretto ancora una volta a semplificare il suo “controcanto“, a ridurre ai minimi termini il contenuto dei suoi “moniti”, rendendoli più diretti. Paolo Gentiloni ottiene l’incarico di commissario Europeo per gli Affari economici? E Mattarella dice che è il caso di “rivedere le regole del patto di stabilita“, con l’Italia “chiamata a svolgere” un “ruolo di primo piano”. Il governo cancella le sanzioni per gli esercenti che non rispettano l’obbligo dei pagamenti con bancomat? E il capo dello Stato, rispondendo alla domanda di una scolaresca in visita al Quirinale, spiega che l’evasione “è un problema serio, perchè chi evade si sottrae a questi cerca di sfruttare le tasse che pagano gli altri per i servizi di cui si avvale. È una cosa a rifletterci davvero indecente, di particolare gravità.

In mezzo non dimentica la storia del Paese, anche lì ricordata tenendosi a distanza dall’asettico stile tipico di un notaio. L’anno scorso ha nominato Liliana Segre senatrice a vita, a novembre ha commentato la notizia della scorta assegnata alla superstite dell’Olocausto con queste parole: “Se è necessario, assicurare una scorta a una signora anziana che non ha mai fatto male alcuno, ma che il male l’ha subito da bambina in forma crudele, vuol dire che l’odio e l’intolleranza non sono alternative retoriche, astratte, ma estremamente concrete”. Per l’anniversario della strage di Bologna, invece, ha detto che “l’impegno fin qui profuso delle istituzioni non è ancora riuscito a eliminare zone d’ombra. La ferita c’è, la parola ‘fine’ all’accertamento della verità ancora no”. A 50 anni dalla bomba a piazza Fontana ha fatto di più:”L‘attività depistatoria di una parte di strutture dello Stato è stata doppiamente colpevole“. Poi ha incontrato la vedova di Luigi Calabresi insieme a quella di Giuseppe Pinelli: pari dignità per tutti i familiari delle vittime della strategia della tensione. Pure i vecchi anarchici milanesi hanno apprezzato. Probabilmente la coesione nazionale immaginata dal presidente parte da qui.

Twitter: @pipitone87

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