La Tata – rampante multinazionale indiana con ambizioni planetarie nel settore autoveicoli – aveva sviluppato un gioiellino: la Nano. Si tratta di un’autovettura di media cilindrata venduta inizialmente a circa 2500 dollari (oggi il prezzo oscilla tra i 3000 e i 4000 euro).

Dal punto di vista ingegneristico è una macchina ragionevolmente affidabile e robusta anche nelle condizioni non proprio ideali in cui versano le strade indiane, nel clima tropicale e nella stagione dei monsoni. Seppure non vanta innovazioni di rilievo svolge egregiamente la sua funzione principale: fornire un mezzo di locomozione alla classe media del Subcontinente. La Tata ambiva a penetrare i mercati dei grandi paesi emergenti dove l’auto è ancora un sogno per pochi.

Al contrario, la Nano è stata un flop colossale. Quando gli esperti di consulenza aziendale cercarono di capire le cause della débâcle non trovarono difetti irreparabili, come molti sospettavano. La macchina funzionava bene e chi la usava ne era generalmente soddisfatto. I guai erano di tutt’altra natura. La campagna pubblicitaria si era incentrata su un messaggio preciso, martellante e univoco: “Comprate la Nano, l’auto meno costosa del mondo”.

Ma in un paese come l’India – dove la macchina non costituisce solo un banale mezzo di trasporto, ma uno status symbol – nessuno voleva autocertificarsi come un wannabe sfigato, mostrandosi in giro al volante della Nano, la vettura dei borghesi piccoli piccoli. La classe media, a qualsiasi latitudine, aspira ad ostentare compiaciuta i simboli esteriori del proprio status, specialmente se acquisito dopo un’estenuante arrampicata sociale tra un oceano di poveri.

Quando venne chiesto ai manager della Tata perché non si fossero accorti del problema risposero che nessuno aveva fatto ricerche di mercato per capire i gusti, le aspirazioni e soprattutto la psicologia profonda del consumatore. Ma come mai questo passaggio cruciale nel lancio di ogni prodotto era stato eluso?

Superando le molte pertinaci reticenze, emerse che nessuno aveva fatto un’indagine di mercato perché l’allora Presidente del Tata Group, Ratan Tata, aveva stabilito, sulla base delle proprie convinzioni, che quella sarebbe stata la strategia di marketing vincente per conquistare il posto al sole nell’industria automobilistica mondiale. E in Tata dominava una cultura aziendale che non permetteva ad alcuno di mettere in discussione la visione del vertice.

In parole povere, l’approccio “il capo ha sempre ragione” invece che “il cliente ha sempre ragione” ha condotto al baratro dell’umiliante insuccesso.

La vicenda mi riaffiora in mente ogni volta che in Italia l’ennesimo wannabe lancia il suo partitino personale, imbottito di sicofanti plaudenti dediti ad osannare il capo e la ristretta cerchia di cacicchi. Da Futuro e Libertà a Italia Viva, il Brancaleone di turno (pomposamente assiso sul ronzino) si industria a lanciare la sua crociata sbraitando nei programmi tv concepiti per un target di pensionati.

Si illudono di sfondare con qualche slogan scombiccherato e contraddittorio, spesso sull’onda del supposto consenso alla propria augusta persona. Senza minimamente preoccuparsi di appurare non solo le aspirazioni dei potenziali elettori, ma soprattutto le loro pulsioni profonde (talora non confessabili). Che un Salvini riesca nell’intento di (quasi) decuplicare le percentuali di voto in 6 anni non implica che un Calenda possa ripetere il numero (tra l’altro senza un’organizzazione territoriale o centinaia di eletti negli enti locali e in Parlamento).

Salvini ha orientato spregiudicatamente, prima contro i meridionali e successivamente contro gli immigrati, odi e rancori di una classe parassitaria foraggiata da soldi pubblici, furibonda per non averne più in abbondanza come ai tempi della Democrazia Cristiana, della liretta e dei conti pubblici sfasciati a forza di debiti. Dal canto loro anche Renzi con gli 80 euro e il M5S con il reddito di cittadinanza hanno intercettato la voglia (insopprimibile soprattutto al Sud) di soldi distribuiti dalla greppia pubblica.

Però i beneficiari di tale non disinteressata generosità non si saziano una volta per tutte. Sulle prime sono grati elettoralmente a chi ha elargito il regalo. Poi per continuare a concedere il loro voto di scambio pretendono ulteriori prebende o un aumento sostanzioso delle vecchie. Quindi in Italia quel filone di acquisizione del consenso è ampiamente esaurito in quanto sono esaurite le risorse che lo alimentano.

Quindi chi sentisse la pulsione di lanciarsi nell’agone politico (dalle Sardine alla Carfagna) farebbe bene a tener presente la sberla presa dalla Tata. Un’offerta politica deve intercettare interessi e aspirazioni di chi oggi non è rappresentato (circa un 40% degli aventi diritto al voto) e non campa di fondi pubblici. Evitando di reiterare il solipsismo delle maschere da talk show, illuse che gli elettori siano replicanti decerebrati dei reggi-microfono ridens a cui rilasciano interviste.

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