Fui fortunato, quando arrivai all’aeroporto di Bucarest, nel novembre del 1989, perché i funzionari della dogana erano distratti dalla partita con la Danimarca decisiva per le qualificazioni a Italia 90 e così non mi aprirono i bagagli, una routine per i giornalisti ficcanaso. Mi fecero un distratto segno d’assenso, così non mi sequestrarono l’archivio che mi ero portato nella cartella, né opinarono sul computer.

In città alloggiai al Continental – oggi Intercontinental, proprio accanto al Teatro dell’Opera. L’amico Gherarducci del Corriere della Sera mi invitò a cena in un locale, “ti farò conoscere Valentin Ceausescu, il figlio del Conducator, presidente della Steaua e capo del calcio romeno. Ci saranno anche l’allenatore Lucescu ed Hagi, il più grande dei calciatori”. La festa era sfrenata: ragazze bellissime e poco vestite, cibo in abbondanza, fiumi di champagne. Valentin era il più scatenato, musica rock a tutto volume.

Frastornato dal viaggio e dai bagordi, feci fatica a pigliar sonno. E poi, c’era un brusìo continuo e sommesso che veniva dalla strada e m’impediva d’addormentarmi. Così sbirciai dalla finestra. E vidi una lunga coda di persone infreddolite che partivano da un piccolo negozio, dall’altra parte del corso principale di Bucarest. Decisi di scendere e andare a vedere, tanto ormai era quasi l’alba. Una macchina della polizia stava ferma a controllare la situazione.

Il negozio aveva una sola vetrina. Ed esponeva una piramide alta circa un metro, fatta di sole uova. La gente aspettava che il negozio aprisse: ognuno aveva diritto ad acquistarne solo quattro per persona. La fila era lunga almeno cento metri. Scoprii che Bucarest era sottoposta a severe misure di razionamento alimentare ed energetico. Un chilo di carne, comprese le ossa, un litro di olio, e un chilo e mezzo di zucchero al mese, un litro di latte alla settimana.

L’elettricità era calmierata, guai a sgarrare coi consumi: chi la usava oltre i ristretti limiti concessi pagava multe salatissime. Persino il riscaldamento era sottoposto a vincoli micidiali – il clima continentale romeno non perdona d’inverno – ed era concesso da 4 a 7 ore al giorno, a seconda delle temperature. L’autarchia imponeva orari di chiusura di tutti i locali, dopo le nove di sera, con deroghe particolari – per i matrimoni, o le feste di laurea – sino alle ventitré.

All’ultimo piano del mio albergo c’era un bell’attico con bar molto rifornito e un via vai piuttosto vivace. Una sera, però, mi accorsi che tutti i liquori erano spariti, lasciando il posto a bottiglie di vodka e a qualche grappa locale. Pure il via vai era svanito nel nulla. Chiesi al barista, col quale avevo già scambiato qualche chiacchiera nei giorni precedenti, e lui mi guardò come se fosse stata la prima volta: “No, signore, qui abbiamo sempre avuto questi prodotti”.

Poi, mi lanciò una strana occhiata. Come a mettermi in guardia. In quel momento entrarono nel bar quattro omoni dall’aria provincialotta. Si sedettero a un tavolo ed ordinarono da bere. Fu allora che il barista mi disse: “Sono i delegati del quattordicesimo congresso del partito comunista romeno”.

L’evento per il quale ero stato inviato da Repubblica. Erano attesi in 3300 da tutto il Paese. Non dovevano avere l’impressione che a Bucarest ci fossero luoghi, come il Continental, dove si stesse assai meglio che da loro. Il paesaggio interiore predisposto da Nicolae Ceausescu e dalla sua cricca era quello di una nazione che stringeva i denti per superare le difficoltà, anche se i dati forniti dalla relazione congressuale – distribuita all’inizio dei lavori – disegnavano una Romania piena di risorse.

Erano le bugie di regime, mentre il tracollo incombeva e la rabbia del popolo si acuiva sino a diventare la miccia di un’esplosione incontrollata pochi giorni dopo il XIV Congresso del partito comunista romeno.

L’ultimo. Al funerale del regime. Il 9 novembre era caduto il Muro di Berlino. Bulgaria, Ungheria e Cecoslovacchia erano in fermento. Quando il Patto di Varsavia e il potere dell’Urss erano forti, il Conducator si era mostrato all’Occidente come un liberale, al punto che rifiutò di dare sostegno all’Armata Rossa durante la primavera di Praga e l’Occidente gli credette foraggiandolo abbondantemente. Ma la perestroijka e la glasnost avviata da Mikhail Gorbaciov lo avevano spiazzato.

Ceausescu temeva complotti, pilotati da Mosca. I dissidenti romeni avevano colonie importanti e influenti a Budapest, a Belgrado. La moglie Elena gli suggerì di cambiare radicalmente. Fu un tragico, spaventoso paradosso: mentre il resto del mondo comunista, che aveva vissuto nell’oscurantismo, cominciava a scrollarsi di dosso le catene e gli orrori sovietici, Ceausescu si trasformò in un piccolo Stalin, un despota che trascinò nella miseria più nera e nel terrore la Romania.

Costretta a esportare tutto quello che produceva – dal petrolio alla chimica, all’agricoltura – perché sommersa di debiti (12 miliardi di dollari), Ceausescu rafforzò il potere tramite il partito (in realtà un partito che non era comunista, ma un qualcosa che si era sviluppato attorno al culto della personalità del Conducator). Come mi disse uno studente dell’università di Bucarest, figlio di una speaker della televisione, “non abbiamo un leader dell’opposizione, abbiamo solo tanta fame, tanta rabbia, tanto rancore”.

Fu proprio il 21 dicembre 1989, trent’anni fa, che la piazza di Bucarest fischiò Ceauesescu, quando il Conducator iniziò a leggere il suo discorso dal palco, e rimase quasi folgorato. E la maschera di “padre della Patria”, di ex contadino del villaggio di Scornicesti – diventato piccolo funzionario di partito e poi suo segretario onnipotente -, calò di colpo e divenne una smorfia di disappunto furore e sorpresa. Dopo, furono giorni furiosi. Il popolo romeno si fabbricò il destino allora, uscendo da un incubo durato trent’anni.

E tuttavia, oggi – altri “trent’anni dopo” – la Romania stenta a voltar la pagina del Conducator e a fare i conti con il passato. Oggi le immagini cruenti e devastanti degli sposi Ceausescu che avevano tiranneggiato la nazione, fucilati il giorno di Natale dopo un sommario processo durato settanta minuti, evocano l’unica disaggregazione del blocco dell’Est marcata da sanguinose epurazioni, da stragi, da almeno 150mila persone scomparse nel nulla, da delitti impuniti degli uomini della Securitate, la polizia segreta, alcuni ancora in servizio.

E ancora: spari sulla folla, i tradimenti. A cominciare da quello di Georghe Militaru che sino a pochi giorni prima era stato il regista personale del Conducator (“Ho trascorso una vita a mandarlo in onda solo sul profilo sinistro, per nasconderne la macchia che aveva nel viso”) e che trasmise processo ed esecuzione in diretta tv. Militaru scappò in Italia, da pochi anni è rientrato in patria, per constatare che molti degli ex potenti di quel regime sono rimasti al loro posto…

E dolorosa è stata pure la transizione verso l’economia di mercato, coi sacrifici sopportati per rientrare nei canoni richiesti dalla comunità europea, prima di entravi nel 2004. Poco si racconta, in Romania, di questi “passaggi” fondamentali della storia recente: le prime pagine dei giornali sono dominate dalla crisi economica e politica, dagli scandali.

A ricordare ci ha pensato Alina Cicani con un bel documentario dal titolo tanto eloquente quanto opportuno: Romania, da una dittatura all’altra?, in cui ripercorre il caso esemplare di un ex democrazia popolare messa in castigo da Mosca, e per questo diventata una Romania al servizio di un dittatore senza educazione e soprattutto senza la capacità di avere un visione complessiva politica e culturale, se non quella – durante i 24 anni dell’esercizio del suo potere assoluto – di mettere la Romania sotto sorveglianza feroce, reprimendo e torturando il suo popolo.

Tenuto unito dal collante sociale che furono i patimenti comuni: miseria, fame, penuria, mentre le dinastie Ceausescu e Petrescu folleggiavano e sperperavano. La deriva mafiosa del potere comunista. Il problema, secondo la Cicani, è che le cose sono poco cambiate, da allora.

La libertà conquistata è ridimensionata dalla pesante stagnazione economica, dalle infrastrutture collassanti, da una profonda crisi sociale e morale. Laura Codruta Kovesi, diventata nel 2006 a soli 33 anni presidente della procura nazionale anticorruzione, incarna il simbolo della giustizia romena ed è popolarissima perché non ha avuto paura di mettere sotto inchiesta centinaia di alti burocrati, di politici, ministri, deputati e senatori.

Nel luglio del 2018 l’hanno destituita, ma i magistrati della procura anticorruzione hanno preteso che lei restasse quale responsabile della strategia anticorruzione. Il governo ha varato norme per limitare il potere dei magistrati, istituendo una sezione speciale che può indagare su di loro. I demoni del passato si risvegliano, trent’anni dopo la resa dei conti coi Ceausescu.

La Kovesi, in qualità di procuratrice europea, non si è arresa. Anzi. È passata al contrattacco, accusando il governo d’abuso di potere e di falsa testimonianza. Lo scontro è vitale. Liviu Dragnea, capo del partito social-democratico che disponeva della maggioranza al Parlamento, l’uomo forte dello scacchiere politico romeno, è stato condannato lo scorso 27 maggio a tre anni e mezzo di reclusione per traffico d’influenza.

È stato un avvertimento forte e indomito nei confronti di una classe politica corrotta. La vittoria contro un sistema ereditato dall’epoca comunista, una sfida a quel passato drammatico ed inglorioso.

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