Questo ultimo mese degli anni 10 del 2000 ha segnato due eventi chiave per il futuro delle relazioni internazionali: il via alla rimozione dell’ultimo ostacolo alla Brexit, e le conseguenze a valanga che potrebbe portare al multilateralismo, e l’apertura del procedimento presso la Corte di Giustizia dell’Onu che vede il Gambia opposto al Myanmar per la questione Rohingya.

Quest’ultimo, anche se passato largamente inosservato, soprattutto per le implicazioni politiche, è invece un evento storico. Per diverse ragioni. In primis, utilizzando uno strumento dimenticato (e largamente ignorato) come la Corte universale dell’Onu, il Gambia e l’Organizzazione dei Paesi islamici hanno dato una lezione di democrazia alle stesse potenze mondiali che tanto tempo fa istituirono quella Corte, pur ignorandone costantemente giurisdizione e pronunciamenti.

Poi hanno spinto le competenze di quel tribunale, abituato a vedere solo avvocati di studi milionari su un terreno politico inedito: non era mai successo prima d’ora che un capo di Stato si presentasse a “deporre” davanti ai giudici dell’Onu.

Ed era successo, soprattutto, molto di rado che la Corte fosse chiamata a pronunciarsi su questioni politiche come il genocidio, tema – quasi sempre – lasciato a tribunali ad hoc oppure all’Icc, la Corte Penale Internazionale, che a l’Aia si trova a poche centinaia di metri dall’Icj (ma non gode del favore delle potenze). Con scaltrezza politica, il Gambia ha evitato la probabile impasse all’Icc (non riconosciuta dal Myanmar e in generale poco gradita agli Stati africani).

Così presso il Peace Palace, a L’Aia, il palazzo sede dell’Icj, la più burocratica, incolore e dimenticata tra le istituzioni Onu si trova, ora, a dover giudicare San Suu Kyi, per l’Occidente a lungo simbolo dei diritti umani nel sud-est asiatico, stabilendo se la repressione contro i Rohingya sia stata una questione interna molto complessa, come ha detto nei suoi 15 minuti di intervento la ex premio nobel, oppure un’azione sistematica con obiettivo la pulizia etnica della minoranza di religione musulmana.

Anche l’Icc ha un fascicolo e un’indagine aperti, ma l’efficacia di un tribunale universale come l’Icj -anche se le sue decisioni non sono vincolanti per gli Stati- potrebbe avere un significato politico molto forte. Comunque andrà – potrebbero volerci anni prima che arrivi una sentenza – il Gambia ha dato una lezione a tutti di diritti umani e di rispetto delle regole della democrazia.

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