Natale: le pubblicità dei giocattoli imperversano. Tra i tanti, pronti a saturare la fantasia dei piccoli, uno mi ha colpito: un gioco da tavolo, classico stile gioco dell’oca, ma questa volta si gioca alla vita. Incuriosita, l’ho scoperto esistere da parecchio. La prima versione è degli anni 80 e si chiama Traguardi: vince chi accumula più denaro per la villa di campagna o la casa dei miliardari. Anni 80: epoca che segue agli anni di piombo, nuovo sogno consumistico e il traguardo della vita è diventare ricchi.

2019, quasi 2020: non ci sono più i traguardi scritti a caratteri cubitali sulla scatola del gioco. Spazzati via dalle crisi economiche e politiche, dalla dissoluzione dei sogni di benessere. Forse spazzati via già dal loro stesso essere traguardi: la parola ha più a che fare con i risultati che non con i valori che animano la vita, spingono al viaggio, affondano radici negli ideali.

In questo tempo, che dall’instabilità qualcosa dovrebbe aver imparato, il gioco della vita ha ancora lo stesso finale: vince chi ha accumulato più soldi. Sarà veramente questo il finale da desiderare? Il movente giusto per il ben-essere del soggetto umano? Non esiste un’epoca che abbia così paura di vivere come la nostra. Le persone hanno paura di scegliere, credere, agire. Si tirano indietro anche quando desiderano qualcosa.

E il mal-essere aumenta: depressione, ansia, dipendenze, obesità, tumori, patologie autoimmuni e neurodegenerative. Dov’è andato il coraggio di vivere? Siamo onesti: nessuno dei nostri nonni aveva le opportunità di ascolto e informazione che abbiamo noi. Nessuno aveva la libertà che abbiamo noi. Persino la psicologizzazione dilagante, in ogni ambito e in ogni occasione, dovrebbe aver fornito strumenti in più per stare meglio.

Invece stiamo peggio: anzi, stiamo meglio, mangiamo di più, anche troppo, viviamo più a lungo, ma siamo più spaventati e più infelici, meno capaci di prendere in mano la vita e cavalcarla. Gli eroi della vita sono sempre meno. Le vittime sempre di più. Forse che nella libertà senza senso del limite ci sia un subdolo risvolto che è quello di perdere il desiderio? Negli anni 50 un profetico Jacques Lacan parlava della morte del Padre come morte del desiderio e della fede.

Serve un Padre a porre il confine, non padre-padrone del passato – Saturno che mangia i suoi figli – ma Padre al servizio della funzione che delimita il corso del fiume, in modo che l’acqua scorra lontano, frenata ai lati, dagli argini. Così non può tracimare e perdersi nel terreno circostante, ma deve andare avanti, dalla sorgente alla foce dove lì, sì, infine potrà perdersi.

Se è questo il destino dei Padri, che ne è delle Madri? Carl Gustav Jung fu forse l’ultimo baluardo occidentale dell’archetipo della Grande Madre. Lou Andreas Salomè faceva eco con scritti rivoluzionari sul potere del Femminile, sulla sua libertà profondissima oltre la Legge della società: Maria, Antigone, Maddalena. Donne capaci di andare oltre la regola costituita per seguire la legge del cuore.

Senza scomodare il mito o la religione, basti pensare alle nostre nonne: quanta forza nella normalità, quanta libertà nel sentire spesso segreto, ma incrollabile. Le figlie di quelle donne sapevano ancora lottare, giusto o sbagliato che fosse, per un ideale. Così i figli di quei padri. Sapevano rischiare, sapevano sognare.

Erano pronti a partire senza sapere se sarebbero tornati e le donne sapevano aspettarli senza sapere se li avrebbero rivisti. L’essenza della fede era questa, non importa il credo o la provenienza. Chissà che i profughi del mondo non possano, al di là degli innegabili problemi inerenti all’accoglierli, restituire alla matrice di questa società un poco del coraggio di vivere al limite del morire: romantico pensare che giungano per riportare vivo l’archetipo del viaggio dell’eroe.

Da sempre le rivoluzioni sono state fatte da aristocratici e popolo, cioè individui nobili d’animo o per lignaggio o per scelta, ma da quella nobiltà interiore accomunati. Forse oggi, per stare bene, ci vorrebbero sogni e non traguardi, che stanno gli uni agli altri come la nobiltà agli affari. Allora il denaro non sarebbe un fine, ma un meraviglioso mezzo, perché anche le rivoluzioni vanno finanziate.

Qualcuno che, per chi ci crede, è nato tra pochi giorni dell’anno – che per noi è lo zero – rovesciò i tavoli dei mercanti davanti al tempio. Allora per Natale auguro sogni e non merce.

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