Precisione, mobilità, concentrazione, velocità. Spettacolo? Non era la serata adatta. Anthony Joshua si è vendicato così: con un match perfetto, forse il migliore di sempre del campione inglese per interpretazione tattica. La restaurazione al trono dei pesi massimi è durata 12 riprese in cui Andy Ruiz, il Rocky messicano, ha potuto davvero poco. La conferma è arrivata dal punteggio dei giudici, che all’unanimità e con largo vantaggio (118-110 e 119-109) hanno decretato il ritorno dell’inglese ai vertici della boxe mondiale. Joshua non si è solo ripreso le tre cinture che Ruiz gli aveva sottratto al termine dell’incredibile combattimento del primo giugno scorso a New York: no, il campione britannico si è ripreso la propria carriera, senza macchia fino alla sera del Madison Square Garden, poi messa in dubbio – al pari del suo valore – dalla lezione di coraggio impartita dal pugile messicano.

Bene, Joshua ha dimostrato di aver imparato la lezione, in una serata che di diritto è diventata uno degli eventi pugilistici più importanti di sempre. Bastino due dati: la Diriyah Arena di Riyad è stata costruita appositamente in due mesi per ospitare 15mila spettatori (8mila inglesi e moltissimi vip) e ora verrà smontata. Ancora: solo per essere salito sul ring l’inglese di origini nigeriane ha portato a casa 85 milioni di euro, contro i 15 di Ruiz. Infine la pioggia, nel deserto, a rendere a tratti surreale e quasi profetico il contesto di un combattimento diverso dagli altri per forza di suggestione.

Joshua non si è lasciato influenzare. Dopo sei mesi di durissimi allenamenti si è presentato in Arabia Saudita tirato a lucido: cinque chilogrammi di massa muscolare in meno (107 kg), contro i quasi sette acquistati dal già non longilineo peso massimo messicano (128 kg). Una forma fisica, quella di Joshua, che era una dichiarazione d’intenti sul tipo di match che lo sfidante aveva in testa: precisione, mobilità, concentrazione, velocità. E così è stato. Pugile inglese in continuo movimento per tutto il match, mai fermo, tronco impossibile da mettere a bersaglio. Poi jab e diretti, centellinati ma quasi sempre a segno, con Ruiz a incassare come sa, ma senza la possibilità di giocarsi le proprie carte dalla corta distanza e di imporre il ritmo e il peso delle sue combinazioni. Joshua lo ha tenuto a distanza con i jab, lo ha innervosito, lo ha colpito con diretti velenosi. Tradotto: lo ha neutralizzato. Non lo ha umiliato, non lo ha messo al tappeto, non lo ha ridimensionato: ha vinto, ed era l’unica cosa che contava, come ha ammesso il neo campione prima e dopo il match.

E pazienza se ora i detrattori lo accuseranno di non esser stato spettacolare: doveva riprendersi i titoli persi a New York, lo ha fatto con un’intelligenza tattica che sinora non aveva mai mostrato. “Lezione pugilistica” l’ha chiamata Joshua nell’intervista post trionfo e forse sono le parole migliori per definire un match tatticamente perfetto. Per la battaglia sul ring, ripassare in futuro. Magari per l’incontro che manca alla storia contemporanea del pugilato: la riunificazione delle quattro cinture dei massimi. Joshua ne ha riprese tre (Wba, Ibf, Wbo), quella che gli manca (la Wbc) è di Deontay Wilder dal 2015. Il prossimo capitolo della rinascita del campione inglese è già nel mirino.

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