Alla Popolare di Bari possono tirare un sospiro di sollievo. La conferma di Domenico Arcuri alla guida di Invitalia è manna dal cielo per la banca guidata da Vincenzo De Bustis, l’ex banchiere regista di operazione discusse come Banca 121, in seguito in Mps ed infine in Deutsche bank, nonché noto per essere vicino a Massimo D’Alema. Ottenuto il rinnovo, Arcuri potrà a sua volta dare il suo sostegno al piano di salvataggio della Popolare pugliese attraverso Mediocredito centrale, banca controllata da Invitalia e guidata dal nipote del presidente della Repubblica, Bernardo Mattarella. Questo non significa che i risparmiatori che hanno investito nell’istituto pugliese rivedranno i loro soldi. Ma solo che la politica si sta muovendo per mettere in sicurezza l’istituto di credito guidato per anni da Marco Jacobini.

L’argomento non è da poco ed è da tempo al centro dell’attenzione di palazzo Chigi, nonché dell’intero mondo italiano del credito. Da mesi ormai, diversi osservatori danno per scontato l’ingresso in scena del Fondo interbancario, finanziato per legge dagli stessi istituti di credito. In una prima fase, il Fondo dovrebbe sottoscrivere un bond da 100 milioni per un prestito “ponte” destinato alla banca pugliese per puntellare i conti di fine anno. Successivamente dovrebbe ampliare il suo intervento con modalità ancora tutte da definire. Ma l’idea ha generato non pochi malumori all’interno dell’Associazione bancaria italiana: nonostante il fondo abbia le disponibilità per far fronte al salvataggio, diversi banchieri si sono opposti all’idea di continuare a mettere mano al portafoglio per sanare imprese creditizie mal gestite. Così tuttora il via libera dell’assemblea dei soci del fondo al salvataggio della Popolare di Bari non è affatto scontato. Soprattutto dopo il caso Carige.

In questo scenario, da tempo, la politica ha immaginato un intervento complesso che non solo sfrutti il fondo interbancario, ma che chiami in gioco anche Invitalia e Mediocredito centrale come partner industriali. Nel dettaglio, secondo quanto riferito dal quotidiano finanziario Mf, la banca guidata da Mattarella dovrebbe a partecipare alla ricapitalizzazione assieme al fondo. Intanto la banca pugliese dovrebbe poi “alleggerirsi” dai crediti incagliati (i cosiddetti Non perfoarming loans), cioè finanziamenti che difficilmente saranno recuperati. Crediti che dovrebbero essere ceduti alla controllata del Tesoro Amco, l’ex Sga, ovvero quella che in passato fu la bad bank del Banco di Napoli.

Ma per la Popolare di Bari non c’è tempo da perdere: le perdite del primo trimestre sono ammontate a 73 milioni di euro, confermando che la situazione è in progressivo deterioramento. Sulla base della situazione finanziaria, la banca avrebbe bisogno di una cifra compresa fra i 600 milioni e il miliardo. Ma non è escluso che il conto possa ulteriormente lievitare. Tutto dipenderà anche da quanto emergerà dall’ispezione della Banca d’Italia, attualmente in corso, per appurare lo stato di salute dell’istituto di credito pugliese che nell’estate di tre anni fa assorbì la problematica banca Tercas di Teramo.

Per il governo però il gioco vale la candela visto che il salvataggio della Popolare di Bari via Mediocredito farebbe scattare una più ampia operazione di sistema che ha come obiettivo il riordino del sistema creditizio meridionale. Un’operazione che l’ex premier Matteo Renzi aveva avviato attraverso il decreto che imponeva la trasformazione in spa alle popolari di più ampie dimensioni.

Una volta messa in sicurezza Popolare di Bari, Mediocredito si trasformerebbe poi in un polo aggregante in cui potrebbero confluire anche la Banca Popolare di Puglia e di Basilicata e la Banca popolare pugliese. Nulla esclude poi che possano essere della partita anche la Banca Regionale di Sviluppo, Banca del Sud e Popolare Vesuviana. Ma, in questo progetto di ampio respiro, c’è una cosa che ancora non è chiara. E cioè il prezzo che pagheranno i piccoli risparmiatori.

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