La proposta di Atlantia (che controlla Autostrade per l’Italia-Aspi), resa nota in questi giorni, di ridurre i pedaggi delle autostrade gestite dalla società del 5 per cento all’anno nell’arco di tutta la durata della concessione, che scade nel 2038, è quella che tra le persone normali che non frequentano i palazzi della politica e della finanza si chiama “carità pelosa”: un aiuto che si dà in vista soltanto di un proprio utile futuro. Una deprecabile elemosina con la quale si vorrebbe comprare la gratitudine degli utenti e la rinuncia del governo alla revoca della concessione.

La dimensione dello sconto proposto dà l’idea di quanto poco Atlantia rispetti gli utenti e lo Stato italiano. Il 5 per cento di una tariffa gonfiata negli anni dal cumularsi degli aumenti concessi automaticamente per gli interventi “programmati”, e non per quelli effettivamente realizzati. Più che una proposta, è una “concessione”, proprio come concessione è quella che ha reso Atlantia ricca e arrogante.

Forse davvero è venuto il momento di smetterla con queste concessioni, istituti quasi medievali per come sono gestite in Italia, se i risultati sono questi. La proposta di Atlantia, peraltro, arriva a valle delle sempre più ficcanti indagini della magistratura, che ipotizzano nuove oggettive responsabilità di Aspi non solo per non aver fatto manutenzione, ma anche per aver ignorato il rischio crollo del ponte Morandi.

Facile immaginare che ora la strategia di Atlantia per far fallire l’iter per la revoca (o, più tecnicamente, la “ceduazione”) della concessione avviata dal governo si baserà sull’avvio del processo autorizzativo per la stipula della convenzione avviata nel 2017 tra l’allora ministro Graziano Delrio e Aspi, che prevede la costruzione della Gronda di Genova. Un processo che però è stato sospeso dal successore di Delrio, Danilo Toninelli, prima che arrivasse il decreto interministeriale Mit-Mef con cui andava ‘bollinato‘ il Piano economico finanziario aggiuntivo della concessione. Con la convenzione del 2017, Aspi sarebbe stata in una botte di ferro: l’accordo affidava alla società la costruzione della Gronda per un totale di 7,8 miliardi, e altri interventi ulteriori. In cambio il ministero dei Trasporti garantiva la proroga della concessione e un consistente indennizzo di subentro.

Tale progetto ha finito per condizionare anche la ricostruzione del ponte Morandi, che a rigor di logica andava ricostruito con tre e non due corsie come quello precedente. Con la stessa spesa si sarebbe potuta realizzare una infrastruttura dalla capacità almeno di un terzo superiore a quella vecchia. In secondo luogo, con questo intervento ci si precluse la possibilità di considerare le alternative alla Gronda esaminate dalla Struttura tecnica del ministero dei Trasporti, tutte di costi inferiore ma proporzionalmente più capaci di generare benefici. Uno dei progetti alternativi dava la possibilità di evitare la costruzione della Gronda, nata dalla necessità di superare il vincolo di capacità (dovuto alle due sole corsie) del ponte Morandi.

Ora Aspi pretenderebbe di autoridursi le tariffe, gonfiate a dismisura per anni non sulla base di interventi non realizzati, ma solo programmati. E che una volta completati, come alcune terze e quarte corsie, hanno finito invece per autofinanziarsi da soli. Il giochino però si è rotto definitivamente.

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