Nel nostro mondo economico uno dei mantra più evocati è “politica industriale”: in Italia non abbiamo una politica industriale, abbiamo bisogno di una politica industriale ecc. Alzi la mano che non ne ha mai sentito parlare!

Il concetto di politica industriale è una parte del concetto di “politica economica” e spesso – troppo spesso – diventa una locuzione vuota o simil-vuota. Io la vedo così: con riferimento ristretto al nostro sistema manifatturiero (SMANI = Sistema MANifatturiero Italiano) definirei politica industriale il manuale per un corretto uso dello SMANI. Immaginate di avere sul tavolo un oggetto misterioso: capite che è una cosa potente, fortissima, di enorme utilità. Ma se non vi si danno un manuale per l’uso quella cosa meravigliosa resta inerte, flaccida sul tavolone.

Ora, se quella cosa fosse lo SMANI, di cui moltissimi cianciano ma pochissimi capiscono qualcosa, occorre onestamente dire che se ci guardiamo intorno non notiamo alcun manuale d’uso disponibile. La cosa rimane flaccida.

Lo SMANI è un arnese di dimensione nazionale: condiziona la vita del Paese, è il massimo erogatore dei ‘posti di lavoro’. E quando questi sono pochini ci van di mezzo milioni di ragazzi il cui futuro è a dir poco opaco, molto opaco. Ora poniamoci una domanda: dove ha inizio il processo che deve condurre ad un funzionamento accettabile di questo arnese, lo SMANI?

Se ci riflettete, molti si cimentano nel cercare le cause di questa situazione: a far da capofila è la causa top battezzata con la locuzione “costo del lavoro”. Ohibò, una scusa megagalattica! Poi c’è quella brutta bestia dell’euro che ci ha fregato alla grande. E poi, mannaggia, se anche la Germania non ‘tira’, beh, che ci possiamo fare? E la Cina? Dove la mettiamo la Cina?

Nessuno – dicesi nessuno – sia esso un imprenditore o un politico, dice una verità lapalissiana, semplicissima: se non abbiamo ordini potrebbe anche darsi che vendiamo troppo poco. Ma davvero più di così, di questi tempi, non possiamo vendere? Chi l’ha detto, il dottore?

Intento precisiamo due verità-base: la prima, il nostro SMANI – lo si voglia o no – esporta nel mondo una quantità marginale di ciò che il mondo acquista da tutti gli altri Paesi; la seconda, consideriamo che il mondo che compra si divide in due grandi comprensori: il mondo-evoluto e il mondo-arretrato. Attenzione: il fatto per cui siamo dei piccolissimi esportatori rispetto a ciò che il mondo acquista è una vera e propria fortuna. Se con una bacchetta magica raddoppiassimo le nostre esportazioni, il mondo non se ne accorgerebbe neppure.

Potremmo sostenere che nel mondo-evoluto il nostro SMANI esporta prevalentemente semiprodotti, componentistica, il che significa in soldoni pura “subfornitura“; il mondo-arretrato acquista invece prevalentemente prodotti finiti. Con un paragone motociclistico, il mondo-evoluto acquista ruote, pistoni, manopole per il gas, manette-freno per fare (loro) le moto; al contrario, il mondo-arretrato acquista invece le motociclette finite, funzionanti. Si dà il caso però che il profitto, quello vero e più grande, stia nei prodotti-finiti, non nei semiprodotti. Oltretutto quello dei semiprodotti è il mercato in assoluto più difficile, più controllabile e meno “fidelizzabile”. E, dulcis in fundo, alle nostre spalle una realtà deprimente: l’Italia – una nazione nota per il design, per il buon gusto, per il madein Italy – è in realtà diventata una sorta di leader nel campionato della subfornitura, dove tutte le nostre ragioni di eccellenza valgono davvero molto poco per non dire niente.

Come mai? Sarà stato un caso?

Ecco perché abbiamo commesso un errore folle nel non progettare alcuna forma di politica industriale: perché la totale assenza di questo strumento fondamentale (che non vuole affatto dire pianificare l’economia, come i sovietici buon-anime) è la colpa vera e profonda della palude manifatturiera in cui siamo finiti e nella quale troviamo sempre maggiori difficoltà.

Miopia degli imprenditori? Miopia dei politici? O di entrambi?

Sveglia! Non è affatto vero che chi fa da sé fa per tre!!!

Dietro a questa situazione sta un colossale invecchiamento del nostro SMANI. Ma non nel senso tecnologico, non nel senso della struttura tecnologica produttiva (arciricca e solo parzialmente impiegata). Il problema è culturale. Un tempo si diceva: io questo produco e questo vendo, oggi non è più così. Oggi bisogna dire: che cosa chiede il mercato? E io lo fornisco. C’è un solo rimedio, peraltro potentissimo e più che fattibile: studiare una apposita politica industriale mirata al nostro SMANI e alle sue uscite nel mondo esterno.

Altro che euro o costo del lavoro!!!

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