Immunità penale e garanzie sull’altoforno 2 da una parte, nuovi alloggi per il quartiere Tamburi e l’altoforno 1 riconvertito con l’uso del preridotto dall’altra. Se tra il premier Giuseppe Conte e Lakshmi Mittal sarà dialogo, si baserà su questi quattro punti. Alla vigilia del nuovo incontro tra il presidente del Consiglio e i proprietari di ArcelorMittal per sbrogliare la matassa dell’Ilva si iniziano a scoprire le carte che verranno portate al tavolo.

Quattro proposte attorno alle quali ruoterà una possibile ricucitura dello strappo che dal 4 novembre ha portato governo e azienda ai ferri corti. L’obiettivo di Conte è quello di evitare la fuga dell’investitore che appena un anno fa è entrato negli impianti dell’Ilva. “Non è detto che sia un incontro risolutivo”, ha avvertito il premier. Di certo, almeno sulla carta, la multinazionale ha rallentato la sua marcia verso l’addio fissato tra meno di due settimane dopo il ricorso dei commissari straordinari al Tribunale civile di Milano e il pressing delle procure di Taranto e del capoluogo jonico.

Conte non ha intenzione di mettere subito tutto sul tavolo, in particolar modo per quel che riguarda lo scudo penale. Un po’ perché – questo il pensiero di Palazzo Chigi – un segnale di apertura spetta proprio al magnate dell’acciaio e un po’ perché i legali dell’azienda hanno messo nero su bianco di non ritenere le tutele legali dirimenti per la prosecuzione del piano industriale e ambientale. La mossa attesa è quella del ritiro, o almeno di una sforbiciata consistente, dei 5mila esuberi chiesti dopo l’apertura del recesso dal contratto d’affitto con obbligo di acquisto delle acciaierie.

Come anticipato da Il Messaggero è questo il punto più delicato della vicenda, in cui gioca un ruolo Banca Intesa Sanpaolo, azionista al 5,6% di AmInvestco, il veicolo attraverso cui ArcelorMittal ha preso possesso dell’Ilva. Sono previste misure “a supporto del rilancio del territorio mediante una combinazione pubblico-privato per creare condizioni di lavoro sostenibili”. Secondo il quotidiano romano, il piano “necessita di circa 1 miliardo di investimenti: ed è in questo ambito che il governo avrebbe allertato l’istituto bancario milanese che è il principale creditore dell’amministrazione straordinaria. Il piano si interseca con un altro punto del piano, quello che “riguarda la tecnologia legata alla riconversione del piano ambientale: comporta una riduzione della forza lavoro che potrebbe essere assorbita dalla Cassa Depositi e Prestiti mediante misure compensative, cioè schierando Cdp Immobiliare attiva nell’housing sociale. Gli immobili di proprietà potrebbero ospitare gli sfollati del rione Tamburi”, il più vicino all’acciaieria.

La traduzione pratica segue due filoni, secondo quanto apprende Ilfattoquotidiano.it. Riprenderebbe quota uno degli interventi previsti dal Contatto istituzionale di sviluppo per Taranto in piedi dal 2015, ma ancora fermo al palo: la realizzazione di uno spazio urbano attrezzato ed edilizia residenziale pubblica nel quartiere Tamburi di tipo sostenibile ed ecocompatibile, al fine di offrire alloggi (al momento ne sono previsti 154) agli abitanti che hanno interesse a rimanere nello stesso quartiere a seguito della demolizione dei fabbricati dichiarati inquinati ed inagibili. Attualmente il progetto è nelle mani del Comune di Taranto e in questo contesto si inserirebbe Cassa Depositi e Prestiti.

Toccherebbe a loro assorbire quella forza lavoro in eccesso per la ‘tecnologia’ legata alla riconversione del piano ambientale di cui parla Il Messaggero. In sostanza, ed è la novità principale, si sta ragionando sulla possibilità di riconvertire un altoforno – si parla dell’1 – con l’uso del preridotto, il che implicherebbe la necessità di meno manodopera nel nuovo impianto. Della tecnologia si parla da tempo per l’Ilva: pilastro del piano Bondi e proposta anche da Acciaitalia, la cordata sconfitta da ArcelorMittal, prevede l’uso di un semiprodotto di ferro da scaldare e fondere in un apposito apparecchio che prenderebbe il posto dell’altoforno 1 e di un forno elettrico al posto dei convertitori a ossigeno che trasformano la ghisa in acciaio. L’incognita principale è legata ai tempi di conversione dell’impianto e al gas per il quale servirebbe un fornitore di lungo periodo che applichi un prezzo standard sostenibile e non legato alle oscillazioni del mercato.

Il documento in grado di far ripartire un negoziato, che resta tortuoso e in salita, prevede anche due punti “pro” ArcelorMittal. Uno è l’introduzione dell’immunità penale sulla quale Conte si è detto disposto a “discutere” ma sono dopo segnali distensivi di Mittal. L’altro sono le garanzie sull’altoforno 2, sul quale pende il giudizio del Tribunale di Taranto circa lo spegnimento da prendere il 13 dicembre. Un rischio descritto dai commissari come “altamente improbabile” nel ricorso d’urgenza ex articolo 700 consegnato ai giudici milanesi. Il giudizio si basa sulla pronuncia dei periti contenuta nel documento di valutazione del rischio già consegnato il 13 novembre ai magistrati: “L’Afo 2 – si legge – è gestito minimizzandone i rischi”. Una frase che, nell’ottica dell’amministrazione straordinaria, dovrebbe escludere l’ipotesi dello spegnimento.

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