L’addio al carbone per la generazione di energia elettrica appare sempre più inarrestabile e la recente svalutazione per ben 4 miliardi di euro fatta da Enel per le sue centrali a carbone ne è l’ennesimo (potente) segnale. La utility italiana ha preso atto del processo di uscita dalla più inquinante delle fonti fossili – uscita fissata al 2025 sia in Italia che nella penisola iberica dove Enel è presente con Endesa – ma ha anche valutato il generale deterioramento delle condizioni di mercato. L’azienda ha spiegato, nell’annunciare l’interruzione della produzione nelle centrali a carbone di Endesa, che l’andamento del prezzo delle commodity e il funzionamento del mercato delle emissioni di Co2 hanno inciso negativamente sulla competitività degli impianti “rendendo remota la possibilità di un relativo funzionamento nel mercato elettrico nel futuro”.

Questo scenario è confermato da Carbon Tracker: nella sua più recente analisi sul settore Power and utilities, il think tank ha stimato che in Unione europea il 79% delle centrali elettriche a carbone o lignite perde soldi. Il rosso potrebbe ammontare complessivamente a 5,79 miliardi di euro nel 2019. Secondo Carbon Tracker in Ue nel 2025 non esisterà più la generazione elettrica da carbone e nel 2030 sparirà anche quella da lignite.

Questo non significa che in dieci anni il nostro continente genererà energia elettrica solo da fonti pulite, perché il concorrente primario del carbone resta il gas naturale, meno inquinante ma sempre una fonte fossile. Tuttavia le centrali elettriche a carbone non sono più sostenibili. Servirebbero sostanziosi sussidi pubblici, la cui efficacia, però, non è affatto scontata, come dimostra il caso degli Stati Uniti, dove nemmeno gli incentivi di Donald Trump sono riusciti a rivitalizzare un’industria al tramonto. Inoltre, i sussidi comportano il ricorso a misure che difficilmente i governi vorranno percorrere, come aumento dell’indebitamento, nuove tasse o bollette dell’elettricità più care per gli utenti finali.

Per Carbon Tracker c’è un altro rischio: le cause legali. In Polonia l’investimento di Enea in Ostroleka C, una centrale elettrica a carbone, è stato bloccato da un gruppo di azionisti di minoranza che hanno mosso causa sostenendo che il progetto poneva concreti rischi finanziari e avrebbe danneggiato i soci. La sentenza di primo grado arrivata ad agosto dà per ora ragione agli azionisti. “I governi prendano nota”, scrive Carbon Tracker. Il think tank aveva condotto un’analisi del progetto Ostroleka C e calcolato che sarebbe rimasto “permanentemente non profittevole” senza forme di sostegno. La perdita dell’impianto nel suo ciclo di vita veniva stimata a 1,7 miliardi di euro.

In Italia la generazione elettrica da carbone attualmente vale complessivamente 8 GW di capacità installata distribuita su otto impianti: Brindisi Sud, Civitavecchia, Sulcis, Fusina (Venezia), Bastardo (Perugia) e La Spezia di proprietà di Enel e altri due di Ep Produzione e A2A. Secondo il piano nazionale energia, fra sei anni questi siti dovranno essere convertiti a una produzione energetica più pulita (rinnovabili o gas naturale).

In Unione europea esistono oltre 300 centrali a carbone con prevalenza in Germania e nei paesi dell’Est: Polonia, Bulgaria, Repubblica Ceca e Romania. Germania e Polonia da sole rappresentano il 51% della capacità installata in Ue (dati Eea aggiornati a fine 2016). Secondo Carbon Tracker le centrali a carbone e lignite tedesche rischiano di accumulare complessivamente una perdita di 9 miliardi di euro e RWE è la utility tedesca che andrà incontro alle perdite maggiori: 975 milioni di euro (tuttavia la data per spegnere tutte le centrali a carbone in Germania è per ora fissata dal governo al 2038).

Il think tank ha anche elaborato una “soluzione” con cui governi e utility possono gestire l’addio al carbone in modo conveniente per consumatori, investitori e comunità locali. “I governi possono prendere in prestito denaro a costi inferiori rispetto alle aziende elettriche”, spiegano gli analisti. Di conseguenza, i governi potrebbero finanziare la chiusura delle centrali a carbone a condizione che le utility usino il denaro per costruire centrali che usano fonti rinnovabili e ripaghino il debito con la vendita di elettricità. Le utility a loro volta potrebbero assumere forza lavoro locale per costruire le nuove centrali e usare una parte dei profitti per aiutare il territorio nella transizione. Questa soluzione, secondo Carbon Tracker, potrebbe essere attraente soprattutto per gli stati Ue dell’Est che ancora dipendono fortemente dall’utilizzo del carbone (in Polonia, per esempio, rappresenta l’80% della generazione elettrica) e hanno quote di rinnovabili inferiori a quelle raggiunte dai paesi occidentali.

La transizione dal carbone verso fonti alternative è un trend di scala globale. È un addio inarrestabile, benché lungo: ancora oggi il 40% dell’elettricità mondiale è prodotta col carbone e nuovi impianti nascono ancora in Bangladesh, Cina, India, Indonesia, Giappone, Mongolia, Pakistan, Filippine, Polonia, Russia, Senegal e Sud Corea. Ma su scala mondiale, soprattutto grazie alle dismissioni in Ue e Usa, il numero di nuovi impianti in costruzione continua a ridursi (-84% dal 2015 al 2018) e i nuovi MW autorizzati o annunciati sono diminuiti del 59% da gennaio 2016 a gennaio 2018; nel 2018 sono stati chiusi impianti a carbone per 31 GW. I dati sono contenuti nell’ultimo report di Global Energy Monitor, Greenpeace e Sierra Club. Il picco di produzione si avrà nel 2022, afferma lo studio, poi sarà solo una curva discendente, perché le rinnovabili e il gas sono fonti molto più economiche.

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