L’industria americana del carbone è in netto declino. A dispetto delle politiche di Donald Trump a sostegno dei grandi gruppi dell’estrazione e delle utility che usano il carbone per generare elettricità, la produzione e l’impiego continuano a scendere di pari passo con l’aumento della quota di gas naturale e fonti rinnovabili, che costano meno. Alcune delle grandi compagnie minerarie chiudono i battenti e mandano a casa i lavoratori. E a guidare la marcia delle rinnovabili, a fianco della California all’avanguardia per le politiche antismog, c’è a sorpresa anche il Texas. Nel 2020 lo Stato roccaforte dei Repubblicani, fortemente legato al boom del gas estratto da giacimenti non convenzionali (shale gas), produrrà ben il 22% dell’elettricità da solare ed eolico generata in tutti gli Usa.

Il presidente Trump ha cercato di rivitalizzare l’industria del carbone – fonte che definisce “bella e pulita” – con l’Affordable Clean Energy Rule, nuove regole per il settore energetico che sostituiscono il più “verde” Clean Power Plan di Barack Obama e proteggono le centrali elettriche alimentate con il combustibile fossile. Il tycoon ha anche nominato alla guida della Environmental protection agency (l’agenzia federale per la difesa dell’ambiente) un veterano delle lobby del carbone, Andrew Wheeler. Ma non ha potuto nulla per invertire un trend che vede il carbone perdere senso dal punto di vista economico. La società di consulenza finanziaria Lazard ha calcolato l’anno scorso che il costo dell’elettricità generata da questa fonte è compreso tra 60 e 143 dollari per Megawattora. Il gas naturale è molto più conveniente: 41-74 dollari per MWh, anche grazie alla contestata tecnologia del fracking per l’estrazione dello shale gas. Ancora meno costosa l’energia eolica: 29-56 dollari per MWh.

La quota del carbone nella produzione di energia cala al 22%, le rinnovabili salgono al 19% – Visti questi numeri, non stupisce la progressiva perdita di importanza del carbone nel mercato Usa. Secondo la US Energy information administration (Eia) a fine 2019 la produzione americana di questo combustibile risulterà del 10% inferiore al 2018 e negli scorsi cinque anni è scesa del 27%. E’ la diretta conseguenza della riconversione delle centrali elettriche: quest’anno per la generazione di elettricità verrà usato il 14% in meno di carbone rispetto al 2018, ovvero 545,8 milioni di tonnellate. Nel 2020 si scenderà sotto i 500 milioni per la prima volta dal 1978. Lo scenario è ribadito dai dati di S&P Global Platts Analytics: il 15% delle centrali elettriche a carbone ha chiuso dal 2017, cioè da quando Trump è presidente. Un altro 10% sarà spento tra quest’anno e il 2020.

Tra le fonti da cui gli Stati Uniti generano energia elettrica il carbone aveva una quota del 27% nel 2018, che scenderà al 25% nel 2019 e al 22% nel 2020, stima l’Eia. Al contrario il gas naturale salirà dal 34% del 2018 al 37% del 2020 e le rinnovabili (incluso l’idroelettrico) dal 17% del 2018 al 19% del 2020. Considerando solo fotovoltaico ed eolico utility-scale si passerà dal 10% del 2019 al 12% del 2020, ovvero da 414 miliardi di kilowattora (kWh) nel 2019 a 471 miliardi nel 2020. Il nucleare mantiene una quota del 20%.

In Wyoming crollo della produzione del 30% in sei mesi – Il declino del carbone negli Stati Uniti si misura innanzitutto in termini di aziende che chiudono e lavoratori che tornano a casa. Particolarmente colpito il Wyoming, primo produttore di carbone negli Usa con il 40% dell’output nazionale. Ma nello stato attraversato dalle Montagne Rocciose, dove un vecchio adagio dice che estrarre carbone è così facile che basta una mazza da golf, la produzione è scesa del 30% nei primi sei mesi del 2019 rispetto ai primi sei mesi del 2014 (dati del Wyoming state geological survey). E negli ultimi dieci anni, più della metà delle 530 centrali elettriche a carbone del Wyoming ha chiuso o annunciato la chiusura per riconvertirsi ad alternative più pulite e meno costose, rivela Sierra Club, associazione di attivisti contro il carbone. Quest’anno Cloud Peak Energy e Blackjewel, due dei colossi del carbone del Wyoming (sede di sei delle dieci maggiori aziende minerarie americane) hanno dichiarato bancarotta. Blackjewel, in particolare, ha chiuso i battenti all’improvviso a luglio, lasciando senza lavoro quasi 600 minatori e dando un nuovo colpo all’occupazione nel carbone del Wyoming dove gli addetti sono già calati del 13% l’anno scorso. È una batosta anche per la ricchezza dello stato che dipende dal carbone per il 14% del Pil. Intanto i diritti d’uso delle miniere versati nelle casse pubbliche sono scesi dai 220 milioni di dollari annui nel 2016 a 5 milioni nel 2019.

Texas e California guidano la marcia delle rinnovabili – A guidare la marcia delle rinnovabili sono i due stati più popolosi d’America: Texas e California. Il Texas nel 2020 rappresenterà il 22% della generazione elettrica da sole e vento, secondo l’Eia. La California seguirà col 14%. Il dato sulla California non stupisce: a guida democratica da diversi anni, lo stato sul Pacifico è numero uno incontrastato della mobilità elettrica negli Usa e persegue politiche anti-smog che l’hanno messo in diretta contrapposizione con l’Epa del lobbista Wheeler. Il Texas, invece, costituisce una sorpresa: fortemente legato al boom dello shale gas e roccaforte repubblicana (ma nelle scorse elezioni midterm ha avuto un inaspettato seguito il Democratico Beto O’Rourke), si appresta a diventare uno stato green-first. Nel 2020 ricaverà più energia elettrica dagli impianti eolici a terra che dal carbone, stima Rystad Energy. “Il Texas è solo uno degli stati ‘rossi’ (Repubblicani ndr) che si è convertito al ‘verde’ sfruttando l’enorme potenziale di generazione dal vento”, commentano gli analisti. Il motivo è semplice: il carbone sarà “bello e pulito” come dice Trump, ma le fonti alternative costano meno.

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