Sul processo di uscita dal carbone, fissato in Italia al 2025, è il tempo delle responsabilità. Del governo, dell’Enel, a cui appartengono sei delle centrali che dovrebbero chiudere, e anche dei territori coinvolti in quella che potrebbe essere una rivoluzione. L’addio al carbone farà venire meno 8 GW di capacità installata attualmente distribuita su otto impianti. Sono di Enel l’impianto di Cerano (Brindisi), Civitavecchia, Sulcis, Fusina (Venezia), Bastardo (Perugia) e La Spezia. Altri proprietari sono Ep Produzione e A2A. Fra sei anni questi siti dovranno essere convertiti a una produzione energetica più pulita. Se il 19 marzo 2019, il ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio e il ministro dell’Ambiente Sergio Costa hanno presentato il Piano nazionale Integrato per l’Energia e il Clima 2030 (tra i pilastri del Pniec decarbonizzazione, efficienza e sicurezza energetica, mercato interno dell’energia), raccogliendo consensi, ma anche critiche, il 15 maggio davanti alla commissione Attività produttive della Camera il direttore dell’Enel per l’Italia, Carlo Tamburi, ha dichiarato che la multinazionale “è disponibile a procedere con la sostituzione degli impianti a carbone con rinnovabili e impianti a gas”. In realtà non è che ci fosse alternativa e, tra l’altro, c’è chi teme che in Italia il carbone possa semplicemente essere sostituito con il gas. Strategia insufficiente dal punto di vista ambientale. Allo stesso tempo, però, Tamburi ha puntualizzato che “una pianificazione dell’attività potrà essere garantita solo avviando sin da ora l’iter per l’ottenimento delle autorizzazioni necessarie”. Come dire: noi ci siamo, ma dobbiamo essere messi nelle condizioni di farlo.

LA ROAD MAP
E, dato che siamo in una fase delicata, nessuno si tira indietro. A cominciare da chi, nella compagine di governo, in queste settimane è in prima linea. Il 17 aprile scorso si è svolto al Mise il primo tavolo di confronto. Un incontro presieduto dal sottosegretario Davide Crippa, con la partecipazione dei tecnici del Mise e a cui hanno preso parte il ministero dell’Ambiente, i gestori degli impianti e Terna. Il gestore della rete elettrica nazionale ha illustrato le attività necessarie ad assicurare la chiusura delle centrali a carbone prevista nel 2025, garantendo la stabilità e la sicurezza del sistema elettrico nazionale. “Dopo il primo tavolo sul phase out – spiega il sottosegretario a ilfattoquotidiano.it – stiamo lavorando insieme alle società coinvolte, compresa Enel, per definire tecnicamente una proposta di road map che sarà condivisa con tutti i soggetti interessati, secondo un calendario e un format che stiamo finalizzando in questi giorni”. Per quanto riguarda la questione occupazione è stato convocato un tavolo con i sindacati il prossimo 17 giugno.

LA POSIZIONE DI ENEL
Ma la posizione di Enel è chiara e la multinazionale ha avuto modo di sottolinearla anche nelle scorse settimane. L’ha fatto, ad esempio, dopo aver presentato ricorso al Tar del Lazio, contro le disposizioni del ministero dell’Ambiente in merito al rinnovo dell’Aia (Autorizzazione ambientale integrata). Disposizioni che prevedono per i proprietari delle centrali l’obbligo di prospettare espressamente la cessazione definitiva dell’utilizzo del carbone ai fini di produzione termoelettrica entro il 31 dicembre 2025. Brindisi e Civitavecchia le centrali a carbone Enel da sottoporre al riesame dell’Aia (Torrevaldaliga Nord, a Civitavecchia, è la dodicesima centrale più inquinante d’Europa in termini di CO2). Si tratta proprio degli impianti che, secondo quanto assicurato nel 2018 dallo stesso a.d. Francesco Starace, avrebbero chiuso nel 2025 (le altre tre, La Spezia, Venezia-Fusina e Sulcis-Portoscuso non sarebbero dovute andare oltre il 2021). Enel ha chiarito che non si tratta di un ricorso contro l’uscita dal carbone entro la fine del 2025, ma che tale processo “dovrà essere inserito all’interno di un articolato programma di sviluppo di nuova capacità e di adeguamento infrastrutturale del sistema elettrico, di modo che tale transizione avvenga in condizioni di sicurezza del sistema”. La difficoltà evidenziata dalla multinazionale è quella di “presentare i piani di dismissione delle singole centrali a carbone prima che siano note le modalità attuative del piano di phase-out nazionale”. 

LA DOMANDA PER I LAVORI IN QUATTRO SITI
Nel frattempo si è tenuto il primo tavolo di confronto e, infine, davanti alla commissione Attività produttive della Camera, il direttore di Enel Italia ha annunciato di aver presentato al ministero dell’Ambiente l’autorizzazione per trasformare le centrali di La Spezia (600 MW), Fusina a Venezia (1.000 MW), Torre Nord a Civitavecchia (2mila MW) e Brindisi (la più grande con 2.600 MW) in impianti a gas a ciclo aperto da 500 MW ciascuno. “Ma possono anche essere convertiti in impianti a ciclo combinato (più potenti, nda)”, ha aggiunto Tamburi. Una volta trasformato l’impianto, poi, lo stesso direttore di Enel Italia, non ha escluso la possibilità di installare dei pannelli fotovoltaici o delle batterie, in caso dovesse rimanere dello spazio sul sito.

CONDITIO SINE QUA NON
Da un lato, c’è un passo in avanti ufficiale, dall’altro si mettono sul tavolo delle condizioni precise. Tamburi sa bene, infatti, che nonostante nel Piano energia e clima si preveda un target del 55% dei consumi contro l’attuale 34%, a questi ritmi nel 2026, quando tutti gli impianti a carbone dovranno essere già chiusi “il mercato non avrà ancora potuto esprimere la piena attuazione del piano di crescita delle rinnovabili e quindi potrebbe essere particolarmente critico”. Morale: la conversione potrà avvenire solo se le istituzioni agiranno in fretta. Per progettare e costruire nuovi impianti servono almeno quattro anni. “Una pianificazione dell’attività potrà essere garantita solo avviando sin da ora l’iter per l’ottenimento delle autorizzazioni necessarie”, ha avvertito Tamburi.

LE ASPETTATIVE
Una questione che sembra essere molto chiara a Crippa, stando alle parole pronunciate durante un recente convegno a Brindisi. Presente, tra gli altri, anche Tamburi. “Partiamo subito – ha detto il sottosegretario in Puglia – ma è un percorso che dovrà prevedere anche percorsi preferenziali autorizzativi per le infrastrutture che andranno a sostituire o a potenziare la rete, perché altrimenti con gli iter autorizzativi rischiamo di non farcela per il 2025”. A tenere gli occhi puntati sia su Enel che sull’operato del governo ci sono in primis i territori interessati, anche quelli divisi tra la volontà di dire addio al carbone e le preoccupazioni legate alla questione occupazionale. Una spaccatura molto evidente in quel di Brindisi, anche se è nota la posizione del sindaco Riccardo Rossi, che vanta un passato nel movimento No al carbone e ha anche caldeggiato lo stop al fossile già prima del 2025.

SINDACO DI BRINDISI: “NON C’È TEMPO PER MANFRINE”
“Ritengo che il percorso che si sta creando – dice a ilfattoquotidiano.it il primo cittadino a capo di una coalizione di centrosinistra – sia coerente con il pacchetto Energia e clima e che ci siano le condizioni per chiudere con il  ciclo del carbone, dopo che per anni, quando si operava a pieno regime tra le centrali di Cerano e Brindisi Nord, qui sono state bruciate fino a 9 milioni di tonnellate di carbone all’anno”. Oggi sono 2,5: Brindisi Nord è chiusa e Cerano lavoro a un terzo della propria capacità produttiva. “Siamo all’ultimo miglio di un lungo processo che molto è costato – spiega Rossi – e spero che tutti gli attori in campo non mettano in atto una manfrina. Se il governo dà direttrici, poi deve conseguentemente assumere decisioni veloci”. Secondo il primo cittadino siamo al “vero banco di prova”. “Ora non ci sono più alibi”, commenta. E aggiunge: “Sono convinto che possiamo dire addio al carbone, anche se questo non vuol dire annullare le emissioni di CO2, e far conciliare le esigenze legate alla tutela dell’ambiente con il grande tema dell’occupazione”.

ADDIO AL CARBONE, MA NON ALLE EMISSIONI
E proprio sulla questione delle emissioni si sofferma Luca Iacoboni, responsabile campagna Clima ed Energia di Greenpeace Italia. Che, nell’elenco di impianti per i quali è stata chiesta l’autorizzazione ai lavori da parte di Enel, legge principalmente un aspetto: “Questo non è un passaggio alle fonti rinnovabili, ma da una fonte fossile all’altra, il gas, che è comunque inquinante”, commenta a ilfattoquotidiano.it. Quindi “non una buona notizia”, anche se la responsabilità, secondo Iacoboni “è prima di tutto del Governo che nel Piano nazionale Integrato Energia e Clima prevede, fino al 2024, una crescita non ambiziosa delle rinnovabili elettriche e non fornisce strumenti adeguati per uno sviluppo delle rinnovabili termiche”. Gli effetti di tutto ciò? “Ci ritroveremo con un bisogno maggiore di energia, che dal 2025 non potrà più arrivare né dal carbone, né (ancora) dalle rinnovabili e, di conseguenza, ci si tufferà nel gas. Questo è quello che sta già facendo Enel e gli ultimi annunci lo dimostrano. Questo è quello che vuole il governo: trasformare l’Italia in un hub europeo del gas. Anche se non esiste alcuno studio sull’effettiva domanda di gas, mentre i dati dimostrano che il suo utilizzo è diminuito”. Nonostante abbia invece definito positiva la richiesta di Enel, anche Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente sottolinea la necessità di scongiurare una sostituzione in Italia del carbone con il gas “perché per la lotta ai cambiamenti climatici – spiega – cambierebbe davvero poco mentre la transizione deve essere incentrata sulle energie pulite e deve correre velocemente già entro il 2030, come purtroppo solo in piccola parte prevede il Piano energia e clima proposto dal Governo”.