I commissari straordinari di Ilva denunciano ArcelorMittal alla procura di Taranto. Francesco Ardito, Alessandro Danovi e Antonio Lupo hanno consegnato nelle mani del procuratore di Taranto, Carlo Maria Capristo, e del procuratore aggiunto Maurizio Carbone un esposto denuncia “contenente fatti e comportamenti, inerenti al rapporto contrattuale con ArcelorMittal, lesivi dell’economia nazionale”, spiegano in una nota i tre. Una mossa, aggiunge la triade di gestori di Ilva in amministrazione straordinaria ai quali venerdì è stata negata un’ispezione nell’acciaieria di Taranto, al fine di “verificare la sussistenza di ipotesi di rilevanza penale”. I magistrati tarantini hanno aperto un’inchiesta e hanno già fatto sapere che nei prossimi giorni programmeranno l’audizione di alcuni testimoni che saranno ascoltati o dai pm a cui saranno delegate le indagini o dalla polizia giudiziaria.

L’ipotesi nei confronti del colosso della siderurgia è la violazione dell’articolo 499 del codice penale che punisce con la reclusione da 3 a 12 anni o con una multa non inferiore circa 2mila euro “chiunque, distruggendo materie prime o prodotti agricoli o industriali, ovvero mezzi di produzione, cagiona un grave nocumento alla produzione nazionale” e quindi all’economia del nostro Paese, “o fa venir meno in misura notevole merci di comune o largo consumo”. Per sostenere tale ipotesi di reato nella denuncia si fa riferimento al fatto che il processo messo in atto da parte del gruppo franco-indiano di abbassamento della produzione degli impianti e di riduzione del loro calore li può danneggiare e si sottolinea che lo stabilimento di Taranto è strategico dal punto di vista nazionale “ex lege”.

Si apre così un nuovo fronte giudiziario nella “battaglia del secolo” tra lo Stato italiano e la multinazionale dell’acciaio dopo l’avvio di un’inchiesta modello 45 (cioè senza indagati né ipotesi di reato) da parte della procura di Milano. Il procedimento è affidato ai pm Romanelli, Civardi e Clerici. Questi ultimi due si sono già occupati dell’inchiesta sulla bancarotta dell’Ilva dei Riva, scovando il “tesoretto” sull’isola di Jersey.

Secondo quanto riferito in ambienti giudiziari, le indagini puntano ad accertare la regolarità o meno nei rapporti economici e contrattuali e se siano state poste in essere condotte che abbiano causato l’eventuale depauperamento del ramo d’azienda. Nel mirino – come ipotizzato da diverse fonti – ci sarebbero le scorte di magazzino (all’ingresso della multinazionale erano 500 milioni di euro, ora sarebbero state prosciugate).

Non solo: negli scorsi giorni, il ministro Francesco Boccia aveva rilasciato una dichiarazione sibillina. “Pongo una domanda semplice: da chi ha comprato le materie prime la ex Ilva di Taranto in questi mesi di gestione Mittal? – si chiedeva il ministro per gli Affari regionali – A chi sono stati venduti i prodotti finiti, fuori dall’Italia e dai clienti italiani? Sarebbe interessante avere le risposte”.

“Io non ho gli strumenti per sapere le risposte, ma ce li ha la magistratura e ce li hanno i commissari – aveva aggiunto – Così capiamo come mai un’azienda come la ex Ilva a un certo punto viene gestita con risultati economici peggiori rispetto a quelli dei commissari. La buona fede va a farsi benedire quando sul tavolo metti 5mila esuberi”. ArcelorMittal, infatti, ha sempre sostenuto all’esterno di averci rimesto 2 milioni di euro al giorno da quando è entrata negli stabilimenti. Al suo arrivo a Taranto, il nuovo amministratore delegato Lucia Morselli aveva subito detto ai sindacati: “Ad oggi non ci paghiamo gli stipendi”.

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