Fermare gli impianti di uno stabilimento strategico per l’economia nazionale equivale a distruggerli danneggiando così non solo gli interessi dell’impresa, ma l’economia di un intero Paese. È questa una delle accuse mosse dai commissari straordinari dell’Ilva che poche ore fa hanno depositato nelle mani del procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo e del procuratore aggiunto Maurizio Carbone un esposto nel quale hanno segnalato “fatti e comportamenti, inerenti al rapporto contrattuale con Arcelor Mittal, lesivi dell’economia nazionale”. Non un’accusa qualunque, quindi, ma una serie di episodi e deduzioni che secondo gli esperti rappresenterebbero una grave ipotesi di reato che prevede la condanna fino a 12 anni di carcere. Il reato è quello previsto dall’articolo 499 del codice penale e punisce “chiunque, distruggendo materie prime o prodotti agricoli o industriali” oppure “mezzi di produzione” causa un grave danno “alla produzione nazionale o fa venir meno in misura notevole merci di comune o largo consumo”. Le pene previste dal codice vanno da tre a dodici anni di reclusione.

Nelle 18 pagine firmate dai commissari Francesco Ardito, Alessandro Danovi e Antonio Lupo e dall’avvocato Angelo Loreto che sta seguendo la vicenda, sono diverse le questioni segnalate ai magistrati di Taranto. Secondo le poche indiscrezioni trapelate, nell’incontro di questa mattina tra i commissari e i pubblici ministeri una delle questioni principali trattate riguarderebbe proprio il fermo degli impianti: per i commissari, infatti, spegnerli avrebbe due conseguenze. La prima è che ArcelorMittal mancherebbe a un impegno contrattuale che è quello di restituire la fabbrica di Taranto nelle condizioni in cui l’ha trovata e quindi con gli impianti “in marcia”: a questo deve essere aggiunto un dettaglio non trascurabile e cioè che se fosse confermato lo spegnimento i danni sarebbero tali da richiedere non solo molto tempo, ma soprattutto una spesa che secondo le prime stime necessiterebbe decine e decine di milioni di euro.

Non solo. La seconda e più grave conseguenza, che richiamerebbe l’operato della magistratura, sarebbe il danno causato all’economia nazionale: lo spegnimento dell’ex Ilva annullerebbe tutti gli investimenti che lo Stato ha utilizzato dal 2012 a oggi per provare ad ambientalizzare la fabbrica. Denaro che proviene dai fondi statali e da quelli sequestrati alla famiglia Riva in altri procedimenti penali.

Il fascicolo di indagine aperto a Taranto, quindi, potrebbe in tempi particolarmente brevi arrivare a clamorose azioni giudiziarie che coinvolgerebbero i vertici della multinazionale dell’acciaio. Un’azione che si aggiungerebbe a quella dei colleghi milanesi che in una nota hanno annunciato l’apertura di un fascicolo dopo l’istanza di recesso avanzata da Mittal. I magistrati lombardi, in sostanza si occuperanno della questione finanziaria: avranno in sostanza il compito di capire se le perdite economiche denunciate da Mittal siano stati reali o se, come in tanti hanno lasciato intendere in queste ore, sia stato solo la conseguenza di una serie di azioni premeditate. In particolare l’ipotesi è che la società abbia acquistato da altre aziende del gruppo materie prime a prezzi molto alti e rivenduti i prodotti finiti ad altre società riconducibili al gruppo a prezzo particolarmente bassi: un escamotage che avrebbe avuto come unico obiettivo quello di portare al crac la società e giustificare la fuga da Taranto. Tutto ora passerà al vaglio delle magistrature di Taranto e Milano e la questione Ilva potrebbe registrare nuovi scossoni e una bufera giudiziaria senza precedenti.

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