Venezia è una città completamente sommersa. Non c’è più Piazza San Marco. Non ci sono le calli, né i campielli. Le fondamenta che corrono lungo i canali sembrano pietre di Atlantide. Il mare è entrato nella Laguna. Si è alzato a un livello mai raggiunto, se non nel 1966, quando ci fu la tremenda Aqua Granda di 194 centimetri. Il mare si è confuso con le acque stagnanti e verdastre del centro storico, ha coperto le luci degli archi dei ponti. Il mare, spinto dallo scirocco, reso più gravido dalla pioggia, è salito, salito, per ore. A un ritmo costante. Tre, quattro, cinque centimetri ogni dieci minuti. Ha costretto gli uomini del Centro Maree che non dormivano da giorni a rivedere continuamente le stime, guardandosi allibiti. Un metro e 50. Un metro e 60. Un metro e 70. E poco dopo la proiezione agghiacciante: un metro e 90 centimetri. Cosa sta per accadere si chiedevano i guardiani delle onde? Accade che la seconda marea più alta di sempre si è presa Venezia.

Alle 22.50 del 12 novembre 2019, una data che entrerà nelle statistiche del prossimo mezzo secolo, gli idrometri, alla Punta della Salute, dal lato del Canal Grande, si sono fermati a 187 centimetri sopra il medio mare. Sette centimetri in meno del tragico record di 53 anni fa. Un anziano di 78 anni è morto fulminato nell’isola di Pellestrina, una delle lingue di terra che dividono Venezia dal mare. A provocare la morte dell’anziano sarebbe stato un corto circuito elettrico innescato dalla marea che gli era entrata in casa. Un’altra persona ha persona la vita durante la violenta mareggiata probabilmente per cause naturali.

Il mite Adriatico, aizzato da raffiche di vento da cento chilometri all’ora, ha mostrato tutta la fragilità di Venezia. L’ha avvilita. Si è impossessato dei negozi e dei piani terra delle case, ha fatto galleggiare le passerelle e le immondizie, i tavoli dei bar e le sedie. In un gioco d’illusionismo ha livellato tutto, dando l’impressione che i palazzi si fossero accorciati, che i tetti dei palazzi e della chiese si fossero abbassati di due metri, ha raggiunto finestre indifendibili, ha superato portoni inutili, ha alterato per l’ennesima volta lo straordinario equilibrio che ha consentito finora a Venezia di esistere.

“Qui è un disastro” ha detto il sindaco Luigi Brugnaro, mentre su una barca dei vigili urbani percorreva il tratto dal Ponte di Rialto alla Basilica marciana, simile a un braccio di mare. “Venezia continua ad essere angustiata da queste acque eccezionali. E’ accaduto l’anno scorso, quest’anno uguale. Chiediamo al governo di partecipare”. In realtà, nel 2018 la punta massima si fermò a 156 centimetri, 31 centimetri in meno. Poi Brugnaro ha parlato del Mose, la grande opera che dovrebbe salvare Venezia, ma che in sedici anni non è ancora conclusa. “Chiediamo al governo di capire a che livello è l’organizzazione del Mose. Perchè qui si rischia di non farcela più. Adesso chiederemo lo stato di calamità cittadina e chiediamo che ci diano una mano perché i costi saranno alti”. Guardandosi attorno, con i piedi in ammollo, il sindaco, visibilmente commosso, ha detto: “Purtroppo abbiamo raggiunto un altro record negativo. Abbiamo bisogno che tutti ci diano una mano e che siamo uniti per affrontare quelli che evidentemente sono gli effetti dei cambiamenti climatici. Adesso si capisce che il Mose serve e che bisogna fare preso a finirlo”. Poi l’annuncio operativo. Scuole di ogni ordine e grado chiuse per un giorno. “Anche perché ci aspettiamo un altro picco alla mattina ed è meglio che la gente stia a casa”.

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