Perché non provarci? Perché non provare a fare di Taranto la piattaforma permanente del modo in cui la scienza e la tecnologia possano far convivere il lavoro con la salute? Perché non immaginare che la città divenga il punto esatto, il luogo geografico dell’eccellenza?L’ex Ilva è un’azienda che nessun imprenditore oggi vuole, perché non produce utili, e che buona parte della città rifiuta, perché esporta solo veleno.

Eppure l’acciaio serve. Serve all’industria italiana e serve all’economia del nostro Paese. Non sono in gioco solo i posti di lavoro, che con l’indotto producono comunque la cifra monstre di ventimila addetti, ma in gioco ci sono la qualità, la forza, la capacità di sviluppo dell’economia nazionale. E poi chiudere l’altoforno non significherebbe arrestare il veleno. Che anzi, anche a fornaci spente, si insinuerebbe nelle viscere della città rendendo ancora più acute la crisi sanitaria.

Se dunque è necessario che quell’industria viva, è indispensabile che resti in vita anche la città.

E allora l’esposizione universale servirebbe a dire al mondo intero come l’uomo è capace di mitigare fino a rendere compatibile con la salute pubblica un’azienda.

Lo Stato ha in cassa il miliardo e mezzo di euro confiscato ai Riva. Finora ne ha utilizzato una parte. Certo, non basterà quella somma per avviare la bonifica, ma sarà già una cifra che potrebbe segnare un buon inizio.

Potrebbe servire anzitutto ad allontanare Taranto da quella industria. Avviare un programma di trasformazione urbana, delocalizzare il quartiere di Tamburi verso est, recuperare la città vecchia, il magnifico centro storico ora fragile e consumato come un dente cariato e parallelamente avviare la bonifica dei terreni su cui sorge l’Ilva. Servono braccia e competenze. Il mercato oggi chiede meno acciaio? I lavori di bonifica e trasformazione urbana sarebbero l’utilissima e preziosa occasione per non lasciare gli operai senza lavoro.

L’esposizione universale, un modo straordinario per affrontare una situazione straordinaria, servirebbe a coinvolgere il Sud dell’Italia, che oggi è la regione europea più disabitata e depressa, in una operazione entusiasmante di rigenerazione urbana e produttiva. Ne trarrebbe vantaggio il Mezzogiorno e ne godrebbe anche il nord. Ricordiamo sempre che ogni dieci euro spesi al di sotto del Garigliano, almeno quattro ritornano al di sopra di quella linea di confine. Il Nord ha il know how che serve al Sud.

Se lo terremo a mente, avremo la possibilità di trasformare quella che oggi ci appare come una disgrazia, in una magnifica e fortunata avventura.

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