Ieri in tv è sbucato da Vespa un signor benaltrista, Alessio Villarosa, che dice di essere sottosegretario all’Economia e deputato dei Cinquestelle. È stato così caruccio, così comprensivo con gli evasori fiscali, così compassionevole che al dirimpettaio, il suo collega di Fratelli d’Italia chiamato a contraddirlo, è mancata la parola. Facciamo piano, ha detto Villarosa, a chiamare evasori gli evasori fiscali. E grande cautela a sospettare che essi si annidino nelle professioni liberali e nel commercio. Piano, anzi pianissimo con le manette. Il sottosegretario Villarosa ci ha spiegato che le tasse le evadono i grandi gruppi industriali, i grandissimi gruppi. Soprattutto loro sono i cattivi, anzi i cattivissimi. E quanto evadono le multinazionali? Un miliardo? Due miliardi di euro? Dieci miliardi? E gli altri novantasette chi li toglie dalle casse pubbliche? Mago Zurlì?

Per andare in carcere, secondo il contestatissimo testo in discussione, uno di noi dovrebbe intascare in un anno solare 150mila euro senza emettere fattura neanche di un solo euro. Sarebbe dura, lo so. Ma la legge cattivissima prevede che le porte del carcere possano aprirsi solo per i migliori: a chi evade più di cinquantamila euro di tasse all’anno. Ma i benaltristi dicono che serve ben altro che il carcere. Non si combatte così l’evasione. E come si combatte? Limitando l’uso del contante magari? Il benaltrista è pronto ad ammonire sui limiti alla libertà individuale. Allora obbligando i commercianti, gli idraulici, i medici e tutti coloro che svolgono mestieri e professioni liberali a tenere il Pos, a farsi pagare con la carta di credito o il bancomat? Il benaltrista è pronto a dire no: le commissioni bancarie distruggerebbero tanti piccoli commercianti. Ci siamo capiti: serve ben altro!

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