Si è da poco conclusa l’ultima edizione di #ioleggoperché, la manifestazione che, da alcuni anni, stringe intorno a un medesimo obiettivo, regalare il maggior numero di libri possibili alle biblioteche delle scuole, editori, librerie, lettori e generosi donatori. Il gioco funziona così: le librerie di quartiere possono gemellarsi con le scuole dei paraggi per organizzare eventi utili a cementare il rapporto tra giovani e lettura.

A sostenere il meccanismo sono i “messaggeri“, persone che si occupano di diffondere notizie e intensificare i rapporti tra librerie, famiglie e scuole. Clienti ed editori provvedono invece a rimpolpare gli scaffali tramite riempimento di veri e propri scatoloni di libri. Dove lavoro abbiamo organizzato alcune giornate dedicate alla scoperta dei segreti del libraio e dei piccoli corsi di scrittura creativa. Lo scopo era far capire ai ragazzi che, col sostegno di un metodo facilmente replicabile, è possibile realizzare storie composte da un inizio, uno svolgimento e una fine. E i risultati sono stati entusiasmanti.

Ho lavorato con ragazzi dalla quarta elementare alla prima media che, pur con qualche iniziale difficoltà, hanno elaborato storie divertenti e originali. E se all’inizio la timidezza la faceva da padrona, coi più smaliziati a emergere sul resto della classe, in breve tempo le mani alzate si sono moltiplicate, con tutti che volevano aggiungere qualcosa, e poi ancora, e ancora!

Abbiamo scritto del cane che voleva riprendersi l’amore dei bambini del paese sottrattogli dai gatti ruffiani, del maghetto che, per colpa di un atto di bullismo, non riusciva a fare magie di fronte agli altri, di un contadino del futuro che voleva giocare a basket anche se era troppo basso per schiacciare, di un guerriero marocchino che sognava di arrivare primo a una gara di corsa e del ragazzo che voleva vincere la gara di macedonie usando i frutti del melograno oscuro…

Insomma, questi bambini sono stati capaci, in meno di due ore, di costruire storie divertenti, legate al loro immaginario, sapientemente innaffiato da genitori presenti, partecipi e, molto probabilmente lettori. Nelle classi che ho avuto la fortuna di accogliere, ho però riscontrato una preoccupante serie di problematiche ricorrenti. Per intenderci è stato piuttosto complicato, vuoi anche per la mia comunque non più verdissima età, scovare una storia che fosse ben nota a tutti.

Da Pinocchio a Star Wars, da Shrek a Biancaneve, c’era sempre qualcuno che diceva di non avere visto il film o di non avere addirittura mai sentito parlare della vicenda. Ho lavorato complessivamente con cinque classi, quindi con un centinaio di bambini, e gli unici argomenti su cui tutti sembravano equamente informati erano Fortnite, il videogioco più giocato del mondo, La casa di carta, una delle serie televisive più seguite degli ultimi tempi ma di certo non pensata per i bambini, e CiccioGamer, noto youtuber dell’area videoludica.

Ora io non voglio fare la morale a nessuno, ma i contenuti a cui hanno accesso questi bambini non sono propriamente adeguati alla loro età. E non lo dico io, ma i comitati scientifici preposti a stabilire le età di fruizione degli stessi, come il PEGI per i videogiochi che, nel caso di Fortnite, è di 12 anni. E siccome è difficile gestire un bambino che è l’unico in classe non giocare a Fortnite, anche se ha solo otto o nove anni, molti genitori fanno spallucce, si arrendono e cedono.

E fanno male ai loro figli e pure ai loro amici. Ho già detto molte volte di essere un fanatico videogiocatore di lungo corso e di come mio figlio utilizzi quei prodotti senza esagerare, vista la sua giovane età. Ma, come in ogni cosa, ci vuole misura. Sto forse diventando mia nonna? Nel dubbio, mio figlio gioca mezz’ora ogni due giorni.

Per ora va bene così. In Cina, come già scritto qualche giorno fa, qui è stato necessario un intervento dello Stato, costretto a porre per legge dei limiti agli orari di fruizione dei videogame, alla durata delle performance, perfino al carrello della spesa dei giovani cinesi, perché l’assenza di criterio da parte delle famiglie sta facendo crescere milioni di miopi, dipendenti fin dalla più tenera età.

Ma è davvero necessario che sia lo Stato a fornire le regole per un corretto utilizzo dei videogiochi? Io non sono in grado di dare un giudizio, perché non conosco la situazione reale della Cina ma, in questi anni, ho visto coi miei occhi sparire centinaia di lettori forti tra i miei clienti abituali, soprattutto a causa del boom di smartphone e social network rei, secondo recenti studi, di avere sottratto a ognuno di noi il tempo necessario alla lettura di 20 libri in un anno.

Allora, invece di costringere lo Stato a sostituirsi alle famiglie nella gestione degli svaghi dei nostri figli, riscopriamoci capaci di gestire la nostra vita, il nostro tempo e quello dei nostri figli, possibilmente con un libro, una bici, o costruendo insieme una storia, soprattutto con buonsenso e ironia.

Quello stesso buonsenso ironico che noi giovani degli anni Ottanta trovammo alla fine di The secret of Monkey Island, avventura grafica per antonomasia dove, dopo i titoli di coda c’era a imbruttirci il richiamo degli autori che, con la voce di papà, diceva “Spegni il computer e vai a dormire”!

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