Prosegue l’agonia dei due colossi del credito tedesco. Tra perdite che si accumulano, ristrutturazioni che non decollano, obiettivi mancati e mannaie sui dipendenti, i titoli di Deutsche Bank e Commerzbank continuano la loro discesa. Un titolo Commerzbank – di cui lo Stato tedesco possiede il 15% – acquistato a 26 euro per azione tra il 2008 e il 2009 vale oggi 5 euro, il 7% in meno rispetto a solo due mesi fa. Un titolo di Deutsche Bank si scambia a 6,9 euro mentre un anno fa valeva circa il 20% in più. Prima dell’estate l’ipotesi di un’aggregazione tra i due gruppi aveva ridato ossigeno ai titoli. Poi, una volta che si è fatta strada la consapevolezza che la fusione avrebbe causato più danni che benefici, il progetto è stato accantonato e le azioni hanno ripreso a scendere. Le ultime notizie non sono confortanti. Giovedì Commerzbank ha annunciato che non raggiungerà gli obiettivi fissati per il 2019, nonostante conti del terzo trimestre migliori delle attese. A fine ottobre Deutsche Bank ha comunicato una perdita tra luglio e settembre di 832 milioni di euro, dopo il rosso da oltre 3 miliardi del secondo trimestre. Questo nonostante il calo dei costi, dovuto soprattutto alla continua riduzione del personale che continuerà con altri 18mila tagli.

Entrambe le banche tedesche si confrontano con un mercato oggettivamente molto difficile. I tassi negativi colpiscono la redditività di tutte le banche europee che generano una parte dei loro profitti proprio grazie alla differenza tra i tassi praticati alla clientela e quelli pagati ai depositanti. Più i tassi si riducono, più questo gap si assottiglia. Quando i tassi finiscono addirittura sotto zero il meccanismo si ingrippa. In Germania questo fenomeno è particolarmente accentuato, inoltre sul mercato domestico entrambi gli istituti fronteggiano l’agguerrita concorrenza delle “Sparkassen”, partecipate dagli enti locali. Simili alle nostre casse di risparmio queste banche locali hanno obiettivi di remunerazione dei soci meno pressanti e possono quindi permettersi condizioni per i prestiti alla clientela particolarmente aggressive.

Deutsche Bank è impegnata in una complessa transizione che sostanzialmente configura un ritorno al passato: meno rischi da attività di investimento e più proventi da attività bancarie tradizionali. Purtroppo però, alla luce delle nuove condizioni monetarie, questo passato si sta sgretolando. La banca non ha ancora completamente smaltito la sbornia dei primi anni 2000 quando investì massicciamente negli Usa e in prodotti finanziari legati ai mutui immobiliari. Deutsche Bank ha ancora a bilancio prodotti finanziari di “Livello 3” per un valore ipotetico di 24 miliardi di euro. Si tratta di asset a cui è quasi impossibile attribuire un valore reale, poiché non esiste più un mercato di riferimento. In altri termini qualora la banca riuscisse a venderli la cifra incassata potrebbe essere molto più bassa. E’ stata creata una bad bank per aiutare la casa madre in quest’opera di smaltimento di asset tossici. Ma è un po’ come mettere la polvere sotto il tappeto, le perdite si vedono di meno ma ci sono e drenano risorse. La spregiudicata attività negli Usa ha lasciato in eredità anche un’infinita scia di multe da decine di miliardi erogate dalle autorità di vigilanza statunitensi.

A sua volta Commerzbank cerca di ridimensionarsi e reinventarsi. Tagli su tagli, per ora e focalizzazione sui prestiti alle aziende, specie medio piccole. Non una grandissima idea in questo momento di quasi recessione tedesche con conseguente prevedibile aumento dei clienti insolventi. In futuro la scelta potrebbe dimostrarsi più fruttuosa. Entrambe le banche hanno iniziato a praticare tassi negativi sui depositi dei grossi clienti, siano aziende o nel caso di anche individui con grandi patrimoni. Mossa dagli esiti incerti anche se probabilmente inevitabile.

Come se non bastasse, come tutte le grandi banche europee anche le due tedesche sono alle prese con i rafforzamenti patrimoniali chiesti dalle autorità Ue. In sostanza si chiede alle banche di avere più soldi a disposizione per far fronte ad eventuali perdite. Va detto che Francoforte non ha fatto mancare “aiutini” sotto varia forma, a cominciare da uno “sconto” da 2 miliardi concesso a Deutsche Bank sui requisiti patrimoniali. Inoltre le due banche tedesche sono tra quelle che più beneficiano dal tiering” da poco introdotto dalla Bce, vale a dire un sistema che evita l’applicazione di tassi negativi su parte delle riserve che le banche europee depositano presso la banca centrale. I mercati continuano comprensibilmente a penalizzare i titoli delle due tedesche, a novità negative si scatenano ondate di vendita e letture apocalittiche della situazione. Tutto sommato esiste però la consapevolezza che difficilmente il dramma evolverà in tragedia. Berlino ha i mezzi e il peso politico per evitarlo.

@maurodelcorno

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