C’è un rito religiosamente pagano che da 30 anni si tiene a Scicli, anzi, quasi come un miracolo si rinnova ogni anno, dal 1990. Con fede e passione Gianni Voi, creatore del Memorial Peppe Greco, aziona il mantice per soffiare vita alla sua creatura, un gioiello di corsa su strada che s’insinua nel barocco siciliano di Scicli. Prima che il commissario Montalbano donasse notorietà al suo centro storico, prima che l’Unesco dichiarasse via Francesco Mormino Penna un bene dell’umanità, tra chiese e palazzi di stili diversi ed epoche sovrapposte si correva. Su questa passerella di basole, dopo i primi pionieristici anni, hanno sfilato principi keniani e imperatori etiopi, la nobiltà dell’atletica leggera ha marchiato l’epoca d’oro del Memorial che porta il nome di un medico appassionato di corsa, prematuramente scomparso.

Paul Tergat nel 1994 e nel 1999, Haile Gebrselassie, ininterrottamente dal 1995 al 1998 per quattro edizioni, Kennenisa Bekele nel 2003 e poi il nostro dio greco di Maratona Stefano Baldini nel 2005 hanno portato il “Peppe Greco” a livelli inimmaginabili, irripetibili.

Una processione condotta a oltre 20 chilometri orari sul circuito di 10 giri, 10 chilometri tutti d’un fiato dove la fatica offusca la bellezza circostante agli atleti e la raddoppia per i “fedeli” che trovano bello nel bello. Assistere alla corsa è un qualcosa di mistico per chi ritrova premonizioni e vaticini nei mascheroni e nelle teste di moro dei palazzi. La corsa è da sempre terra di caccia delle gazzelle africane: dal 2006 ragazzi del Kenya, Etiopia e Ruanda hanno mostrato la loro leggerezza e forza al competente pubblico di Scicli.

Un tripudio di etnie e credenze che si rincorrono sulle stesse strade su cui 60 anni prima si affacciava Pier Paolo Pasolini che, come una visione, scriveva di Scicli: “Da lassù in alto potei vedere tutta Scicli, come un vecchio giocattolo, sul calcare, la città di uno scolorito ex voto. Nella piazza affollata di uomini neri, solo uomini, stavano facendo un pazzesco girotondo alcune giardinette della Dc, urlando slogan in polemica dagli altoparlanti. Poco più a sinistra, imbucandosi tra i vecchi vicoli, sotto i vecchi palazzotti di Don Rodrighi sanguinari e assenti, passava, facendo altrettanto strepito, una processione, con una statua portata sulle spalle da un mucchio di omini, e dietro, al trotto, una piccola folla, al suono d’una banda. Visto così, da lontano, e dall’alto, Scicli era quello che si dice la Sicilia”.

Elio Vittorini della città che osò definire la più bella al mondo disse: “Questa sorge all’incrocio di tre valloni, con case da ogni parte su per i dirupi, una grande piazza in basso a cavallo di una fiumara, e antichi fabbricati ecclesiastici che coronano in più punti, come acropoli barocche, il semicerchio delle altitudini”.

Le altitudini sono gli altipiani da cui provengono gli atleti che hanno dato lustro al Memorial Peppe Greco e alla città, le altitudini sono i momenti di gloria, quando gli atleti più forti del mondo si sfidavano allo stremo per vincere questa corsa. Le altitudini sono i podi colmi di campioni, ma queste altitudini sono alle spalle, perché pare che il patron voglia cedere il passo, magari mettendo la sua esperienza al servizio di qualcuno che voglia che questa storia prosegua di corsa e non si fermi a questo traguardo.

Nonostante la storia, nonostante il barocco, nonostante la letteratura, il cinema, il cibo e quanto di fascinoso abbia quest’angolo di Sicilia, c’è una brutta parola che come una scure affievolisce sogni e speranze, il budget. Quando la trentesima edizione si sarà consumata la gente si staccherà dalle transenne per avvicinare vincitori e vinti, per mischiarsi ai podisti che hanno tifato e applaudito fino a un attimo prima e torneranno a casa, commentando quell’allungo o lo sprint finale.

La gente sarà felice di ricordare Scicli e questa corsa che la fa ancora più bella. Lancio la volata alla prossima edizione ancora con Elio Vittorini: “e la gente è contenta nelle città che sono belle”.

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