Puntuale, l’Osservatorio di Lisbona fotografa lo stato dell’arte in merito ai consumi di sostanze illegali, collocando l’Italia nelle zone alte della classifica a seconda delle sostanze usate. Un report prevalentemente statistico e numerico che ci racconta un’Europa e un’Italia in cui il trend dei consumi ogni anno che passa si stratifica in maniera sempre più solida nella società.

Ma tale meritoria opera dell’Osservatorio persevera, a mio modesto avviso, in un errore di fondo: colloca la raccolta di dati solo nel mondo delle sostanze illegali, omettendo l’altrettanto imponente consumo di droghe legali. In primis l’alcol e, in seconda battuta, il mondo infinito di quella classe molto eterogenea che viene riassunta dal termine “ psicofarmaci”.

Credo che ulteriori sorprese le avremmo il giorno in cui l’elaborazione dell’Osservatorio di Lisbona, ricevuto il mandato politico di estendere a queste categorie l’indagine sullo stato dell’arte, lo potesse praticare. A oggi si è volutamente puntato il dito sulle droghe illegali quasi a volere rimarcare il fatto che il ricorrere, per scopi ricreativi o per bisogni di autocura, alle droghe sottenda un elemento di devianza su cui intervenire prevalentemente con modalità repressive.

Di sicuro così è interpretato, da sempre, dalla politica nostrana che, quando si ricorda che esiste un fenomeno di consumi diffusi, se ne ricorda per reiterare quell’automatismo securitario e proibizionista che promuove l’affermarsi delle mafie e ne consolida il potere. Dovremmo, a questo punto, interrogarci sulla bontà delle politiche di prevenzione e sulla loro reale efficacia: a mettere in fila i dati lungo l’arco storico degli ultimi venti anni c’è poco da stare allegri. Il consumo di sostanze ha, oggi più che mai, una connotazione “consumistica”, ovvero una sua cifra di acriticità.

Una mancata consapevolezza nel gesto di acquisto che è la stessa che connota tutto il mondo del consumo di oggetti o beni prodotti dall’industria capitalistica. Comprare un nuovo modello di telefono o un grammo di cocaina pare avere lo stesso approccio. Un uso che somma al piacere indotto dal nuovo acquisto una finalità esclusivamente utilitaristica i cui significati variano a seconda del consumatore.

La diffusione oggi di questo mercato risponde pienamente al significato oggettivo che il capitalismo ha impresso alla diffusione di ciò che produce. Il fatto che merci legali o illegali sottendano allo stesso meccanismo introduce la domanda sul senso delle politiche preventive che hanno costellato gli ultimi 50 anni da ritenere, nel loro generico moralismo, del tutto inefficaci. Diversa riflessione impongono i dati in merito alle dipendenze (tutte) che si sviluppano dopo un periodo di consumo creativo. Crediamo in ciò che scrisse molti lustri fa William S. Borroughs: “Nessuno decide di diventare dipendente. Una mattina ci si sveglia e lo si è”.

E proprio in merito allo status di dipendente, credo che il report di Lisbona regali all’Italia l’unica nota positiva. L’ancor basso numero di morti per overdose (terrificante il numero inglese e ancora di più quello americano) potrebbe fare propendere che il sistema dei servizi pubblici e a bassa soglia stanno dando risposte concrete in termini di politiche salvavita. Chiaramente andrebbe, oltre ai dati numerici, sviluppato uno studio in profondità di tali dati per dare una lettura più solida di simili risultati.

Concludendo: ai miei occhi nulla di nuovo, a partire dal solito berciare della politica. La quale, negli ultimi 15 anni, ha affrontato questo fenomeno solo in termini di sterile propaganda. Ancora una volta sono stati gli operatori a occuparsene, potremmo dire, nonostante la politica e il suo sostanziale disinteresse nel promuovere nuove politiche sociali. Le sostanze esistono, circolano e si diffondono: tutte. Legali e illegali.

Possiamo ragionare in termini di strategie di diffusione e di come contrastarle sapendo, da sempre, che un contrasto assoluto è pia illusione. Il passo successivo sarebbe quello di iniziare a pensare, più che a politiche di contrasto, a politiche di governo del fenomeno. Questa semplice banalità pare però, oggi, essere diventata pura utopia.

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