Il cofondatore e presidente Marco Astorri agli arresti domiciliari. Il vicepresidente Guido Cicognani, che con Astorri controlla la società, e Gianfranco Capodaglio, presidente del collegio sindacale, oggetto di due misure interdittive, con il divieto di ricoprire il ruolo di amministratore o sindaco. E beni sequestrati per un totale di 150 milioni, il valore del profitto dei reati. E’ l’ultimo capitolo della parabola di Bio-On, la start up bolognese quotata sull’Aim che affermava di produrre “le bioplastiche più innovative al mondo da fonti vegetali rinnovabili” ed era arrivata a superare 1 miliardo di capitalizzazione. I vertici sono ora accusati di false comunicazioni sociali e manipolazione del mercato. “L’esame dei bilanci 2015, 2016, 2017 e 2018 rivela diversi profili di mendace rappresentazione di fatti materiali identificabili nella rilevazione nel bilancio consolidato dei ricavi derivanti dalla cessione di licenze”, si legge nell’ordinanza. E le false informazioni “sono risultate strettamente funzionali ad accrescere la capitalizzazione (…) e la possibilità di collocare sul mercato parte delle azioni possedute, come in effetti accadeva con profitti, conseguiti attraverso la cessione di warrant, che la polizia giudiziaria stima al momento in 36 milioni di euro”. Borsa Italiana ha annunciato che le azioni di Bio-on sono sospese dalle negoziazioni.

Nel valutare le esigenze cautelati, il gip di Bologna Alberto Ziroldi spiega che “Astorri ha fatto della strategia comunicativa il proprio atout vincente per l’affermazione sul mercato dei capitali, in ciò facilitato dalla possibilità di produrre e soprattutto commercializzare il know how di un prodotto di massa, ecocompatibile e quindi destinato a suscitare le attenzioni sia del mondo degli operatori professionali che dei risparmiatori”. Ma questa strategia “roboante, ammiccante e ottimisticamente proiettata verso obiettivi sempre più significativi sottaceva però alcuni dati di fondo, rilevati dal QCM (il fondo Quintessential capital management, ndr) nel suo dirompente report e sviluppati dall’attività di indagine”, condotta dalla Guardia di Finanza e coordinata dal procuratore capo di Bologna, Giuseppe Amato.

“Disinvoltura nell’ammannire comunicazioni non veritiere” – La “estrema disinvoltura nell’ammannire comunicazioni non veritiere dirette a fornire una falsa rappresentazione della realtà aziendale si replica anche nelle ultime settimane”, prosegue il gip, “ed in particolare a seguito del deposito della Relazione semestrale consolidata: in quell’occasione, il comunicato emesso si apre con l’imbarazzante (e inveritiera) notizia, funzionale a tranquillizzare i mercati secondo cui “La Relazione Semestrale Consolidata è stata redatta in continuità con i principi applicati alla relazione finanziaria annuale consolidata dell’esercizio chiuso al 31 dicembre 2018 la cui correttezza e veridicità sono state confermate dal Parere Motivato dei due esperti indipendenti individuati dalla Società dopo un confronto con la Procura della Repubblica di Bologna in data 3 agosto 2019, suggerendo “una sorta di cooperazione dell’Ufficio di Procura in funzione rassicuratoria”. Elementi che “dimostrano dunque una persistenza nell’illecito – anche di fronte all’evidenza contraria- dettato dal disperato tentativo di salvare la società da un crollo che, anche al netto dell’attacco di QCM, appare profilarsi come evento ineludibile“.

Il rapporto del fondo Quintessential – L’indagine sfociata nell’operazione battezzata Plastic Bubbles è partita appunto da un esposto del fondo americano Quintessential capital management, specializzato nell’identificare società con conti irregolari, che a luglio ha pubblicato un report – di cui Il Fatto Quotidiano ha dato conto per primo – dal titolo Bio-On Spa: Una Parmalat a Bologna?. Dal report, dopo il quale il titolo è crollato in Borsa, emergeva il quadro di una società che si regge su “un castello di carte“, presenta bilanci in attivo soltanto grazie a operazioni incrociate con aziende affiliate o controllate ma ha in realtà una “situazione finanziaria precaria” e una contabilità che “presenta serie irregolarità“. E venivano messe in dubbio le informazioni fornite al mercato sull’effettiva capacità produttiva dello stabilimento di Castel San Pietro Terme, costato 40 milioni invece dei 15 previsti, in cui Bio-on produce la plastica biodegradabile Pha che è al centro del suo business.

La vendita di licenze a società controllate o collegate – Lo strumento che consentiva alla società di comunicare al mercato “il raggiungimento, altrimenti mancato, degli obiettivi contenuti nei piani industriali” era l’iscrizione a bilancio dei ricavi per “cessione a terzi di licenze relative a brevetto per la realizzazione di Pha”, scrive il gip. Ma dalle indagini è risultato che, come evidenziato da Quintessential, le licenze venivano cedute esclusivamente a società joint venture di cui erano amministratori unici o consiglieri gli stessi Astorri e Cicognani o di cui Bio-On aveva di fatto il controllo. Di conseguenza i ricavi avrebbero dovuto essere messi a bilancio “solo limitatamente alla quota d’interessenza di terzi nella collegata o nella joint venture”. Al contrario Bio-on “riteneva corretto, nel bilancio consolidato, dapprima riportare nel valore della produzione (nella parte alta del conto economico) il 100% dei “ricavi” realizzati nei confronti delle joint venture e della collegata” per 44,5 milioni di euro e poi “iscrivere tra gli oneri finanziari (nella parte bassa del conto economico) 29,8 milioni di euro quali “quota dei proventi (oneri) derivanti dalle partecipazioni contabilizzate con il metodo del patrimonio netto”.
Questo stando all’informativa delle Fiamme Gialle “permetteva agli amministratori di esporre (…) l’ammontare complessivo dei ricavi realizzati nei confronti delle joint venture e della collegata, centrando il target dei ricavi del piano industriale 2017/2020 con conseguente beneficio anche per il margine operativo lordo”. Il meccanismo “permetteva di mostrare – diversamente, come si vedrà, dalla realtà – la strabiliante capacità dell’azienda di generare reddito basandosi esclusivamente sulla gestione operativa”. Due delle joint venture, Aldia e Liphe, sono partecipate da Banca Finnat, l’istituto che aveva assistito Bio On nella quotazione e i cui analisti erano gli unici a pubblicare report sull’azienda.

La vicenda dell’impianto “emblematica della capacità dissimulatoria di Astorri” – La vicenda dell’impianto di Castel San Pietro Terme, per quanto “non formi oggetto di contestazione”, viene riportata perché considerata “emblematica della capacità dissimulatoria dell’Astorri nella strategia comunicativa”. La costruzione dell’impianto e le informazioni sulla produzione, “che lo stesso Astorri modula sapientemente giocando tra il dato relativo alla produzione e quello relativo alla capacità produttiva dell’impianto”, spiega l’ordinanza, “hanno contraddistinto sia in termini di impegno finanziario che di rappresentazione mediatica l’azione degli amministratori nel tempo. Sulla base delle intercettazioni “la produzione, contrariamente agli annunci iniziali, sarebbe stata avviata nel secondo trimestre del 2019”, l’impianto “sarebbe ancora in una “fase acerba” e dovrebbe entrare a regime l’anno prossimo”, “entro la fine del 2019 sarebbe previsto un raggiungimento di una produzione pari al 60/70% della capacità” e “la produzione attuale sarebbe pari a circa Kg 500 di micropolveri al giorno (contro i 2.500 Kg potenziali), in crescita”. Ma in un video, postato su YouTube Astorri “mentre mostrava e descriveva la tecnologia, il funzionamento e il ciclo lavorativo dell’impianto affermava che “ci consente di produrre 1.000 tonnellate all’anno di PHAs””. Cicognani, intercettato, “riferiva che Astorri aveva “sparato molto alto” e l’interlocutore rispondeva che Astorri era solito “sparare” queste “1.000 tonnellate all’anno”, con Cicognani che ribatteva trattarsi solo della potenzialità dell’impianto”. Ulteriori “decisive informazioni” vengono fomite in una conversazione telefonica tra Astorri e il revisore di Ernst&Young Alberto Rosa dello scorso 29 settembre “nel corso della quale quest’ultimo contesta al primo che l’impianto è in grado di produrre soltanto 5 tonnellate al mese, cifra ben lontana dalle indicazioni fomite al pubblico”.

La Consob dopo la notizie ha fatto sapere che “proseguono gli accertamenti avviati dalla Consob nei mesi scorsi sulla vicenda Bio-on in tutti i suoi aspetti. La Consob collabora attivamente con l’autorità giudiziaria”. Le indagini dell’authority riguardano sia l’operato della società e del suo vertice che quello del fondo Quintessential, che ha scatenato i dubbi del mercato dopo aver assunto una posizione ribassista sul titolo.

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