Si chiamano “Unicorni”, quelle start up che si quotano in Borsa e arrivano a superare il miliardo di euro di capitalizzazione, sono quelle che ce l’hanno fatta, che vengono paragonate a Uber o alla Apple di Steve Jobs. L’Italia ne ha viste nascere un paio, l’azienda di abbigliamento on line Yoox (ora non più quotata dopo l’acquisizione da parte di Richemont a maggio 2018) e una società che si occupa di bioplastiche a Bologna, la Bio-On. Ma i bilanci di quest’ultima, la Bio-On, sollevano parecchie domande.

IL REPORT. Il fondo americano Quintessential, specializzato nell’identificare società con conti irregolari, ha pubblicato un report frutto di mesi di lavoro dal titolo pesante: “Bio-On Spa: Una Parmalat a Bologna?”. Il report, che si basa in gran parte sull’analisi incrociata di documenti pubblici, si è diffuso alla velocità della luce tra gli operatori finanziari perché Quintessential finora ha sempre colpito e affondato i suoi bersagli: società come Globo e Folli Follie in Grecia hanno perso l’intera capitalizzazione, dopo le inchieste del fondo Usa, Ability in Israele il 92 per cento. E così via. In sintesi: Bio On non sarebbe una start up con un futuro promettente, ma un’azienda senza prospettive che presenta bilanci in attivo soltanto grazie a operazioni incrociate con delle società di cui è azionista e alle quali cede tecnologia in cambio di soldi che in diversi casi non vengono versati, in una ragnatela di conflitti di interesse che coinvolge anche l’unica banca che produce studi sul titolo, la Finnat. Soprattutto: Bio-On non ha di fatto mai prodotto fatturato reale, dichiara un utile di 33 milioni nel 2018 ma nello stesso anno ha bruciato cassa per 21 milioni. Quali siano i clienti, al netto delle joint venture create dalla stessa Bio-On e gestiti dai suoi manager, dai bilanci non si capisce.

GLI ANNUNCI. “Bio-On nasce nel 2007 per operare nel settore delle moderne biotecnologie applicate ai materiali di uso comune per dare vita a prodotti e soluzioni completamente naturali, al cento per cento ottenuti da fonti rinnovabili o scarti della lavorazione agricola”, si legge sul sito aziendale. Già un anno fa Franco Velcich su Business Insider sollevava dubbi: “Sul titolo non ci sono studi di broker, né italiani né stranieri, a parte quello di Banca Finnat, l’istituto che ha accompagnato Bio-On alla quotazione”. E ancora: “È impossibile trovare termini di paragone sensati. Non si conoscono società quotate impegnate nella stessa attività di Bio-On”. Eppure Bio-On continua ad annunciare partnership con multinazionali come Unilever e a costituire joint venture in un’attività che pare molto dinamica e in tutti i campi di frontiera, dalla pulizia dei mari alle creme solari alla diagnostica medica. Ha anche costruito a Bologna “il primo impianto industriale al mondo per produrre PHA”.

L’IMPIANTO. Questi PHA sono “polidrossialcanoati (plastica veramente biologica) e relative applicazioni strategiche a 360° (packaging generico, packaging alimentare, design, abbigliamento, automotive)”, si legge sul sito. E qui cominciano i problemi: l’impianto doveva costare 15 milioni, alla fine ne è costati 40,7. Secondo il bilancio 2018, i costi imprevisti sono dovuti alla scelta di “riprofilare l’investimento” per sfruttare nuovi brevetti e tecnologie sviluppate dopo l’inizio dei lavori. L’impianto deve produrre 1.000 tonnellate all’anno, ma se si confrontano i costi di Bio-On con i costi sostenuti dalla migliore società del settore, Novamont, i conti non tornano. Novamont ha speso 239 milioni di euro ma per una capacità produttiva di 80.000 tonnellate annue. Quindi Bio-On si trova ad avere un costo per ogni tonnellata di capacità produttiva di 44 euro contro i meno di 3 di Novamont.

Il bilancio 2018 di Bio-On lascia intendere che l’impianto sarà in realtà soltanto una vetrina, cioè serve a “creare uno standard di prodotto di riferimento di mercato” per amplificare “le richieste di licenze da parte dei futuri clienti e per fornire i servizi complementari all’attività di licensing (es. training dei clienti)”. La dimensione dell’impianto, scrive la stessa Bio-On “non potrà servire i futuri volumi di mercato (confermando il tipo di business non industriale di Bio-On)”. In pratica la società ha costruito uno stabilimento produttivo costato più del doppio del previsto non per produrre davvero, ma per far vedere quello che sa fare. Eppure, nel 2014, al momento della quotazione in Borsa, annunciava: “Per il 2016 è prevista una produzione di 50mila tonnellate grazie a stabilimenti già operativi in Francia, Germania e Repubblica Ceca e a uno in via di attivazione in Italia”. Se una produzione ci sia, oggi, non è chiaro. I dipendenti restano pochi: 44.

PARTITA DI GIRO. Quello che conta sono la tecnologia innovativa e i brevetti, è la linea del fondatore e presidente con pieni poteri Marco Astorri. Ma la rete di joint venture che dovrebbe valorizzare le idee al centro del business di Bio-On sembra avere qualche criticità. Intanto quasi tutte hanno sede nello stesso indirizzo bolognese – via Santa Margherita al Colle 103 – di Bio-On. E poi hanno come amministratore unico il solito Marco Astorri o, in alternativa, Guido Cicognani (che si fa chiamare “Guy”), vice presidente di Bio-On e, con Astorri, socio della holding Capsa che controlla Bio-On con il 48 per cento. Quanto alle attività della joint venture, le stranezze sono parecchie. Prendiamo Eloxel, nel campo della “elettronica organica per l’elettronica”, partecipata (da gennaio 2019) al 50 per cento dalla celebre azienda di design di mobili Kartell della famiglia Luti. Nel 2018 i soci aumentano il capitale di Eloxel a 8 milioni di euro. Quei soldi servono alla Eloxel a pagare a Bio-On diritti di concessione e sfruttamento di tecnologie proprietarie. Bio-On cede – in pratica a se stessa – diritti per 6 milioni e riceve una partecipazione di 4 milioni. Astorri e Cicognani contrattano con se stessi, ricoprendo gli incarichi di vertice sia in Bio-On che in Eloxel.

Lo stesso schema si trova in un’altra joint venture, la Zeropack: nel 2019 c’è un aumento di capitale, la metà lo versa la Rk Zero (altra azienda del settore bioplastiche), il resto Bio-On. Bio-On cede 10 milioni di diritti su tecnologia alla propria controllata e riceve in cambio una partecipazione da 6,5 milioni. Liphe è un’altra di queste scatole societarie della galassia per sviluppare prodotti “per la protezione del cavo orale (oral care)”, costituita nel 2017. Ha immobilizzazioni, si suppone brevetti o altro, per 6 milioni di euro che non si capisce bene come ha pagato, visto che non risulta avere fatturato e ha chiuso il 2018 in rosso di 15.000 euro. Ma, sorpresa, nell’azionariato di Liphe c’è anche la banca Finnat della famiglia di Giampiero Nattino, protagonista di mille intrecci romani tra finanza, politica e Vaticano. La Finnat è anche azionista di un’altra joint venture, la Aldia. Ma questo non viene mai specificato nei report di Finnat che consigliano agli investitori di comprare i titoli di Bio-On.

Molte delle promesse di Bio-On agli investitori sono rimaste sulla carta. Nel 2015, per esempio, i giornali locali e nazionali danno ampio risalto alla joint venture tra Bio-On e il gruppo Maccaferri, nasce la Sebiplast. Lo scopo è realizzare “un maxi-investimento da 55 milioni di euro per costruire il primo impianto al mondo per la produzione di plastica biodegradabile da glicerolo, un sottoprodotto del biodiesel”. Oggi la Maccaferri, dopo una profonda crisi, è in concordato preventivo. Di quel progetto il bilancio 2018 di Bio-On non fa alcuna menzione. Il valore della produzione per Sebiplast è stato 0 nel 2017 e 5.049 euro nel 2018.

I CREDITI E LA CASSA. Questo intreccio, che si replica per nove diverse joint venture, determina nel bilancio di Bio-On 33 milioni di euro di crediti verso le partecipate su 59 totali. Queste joint venture non si sa se e quando potranno onorare il debito, visto che ad oggi hanno fatturati minimi e i soci che dovrebbero rimborsarli sono la stessa Bio-On e qualche raro partner esterno. La cifra, 33 milioni, è la stessa dell’intero utile di esercizio dichiarato dalla Bio-On a fine 2018, maturato però bruciando cassa per 20 milioni di euro in un anno. Sulla carta il fatturato cresce, ma i soldi non entrano davvero. E le riserve di cassa e i bond a coprire questo flusso negativo sono soltanto 18 milioni di euro, quindi bastano per meno di un anno se le cose non cambiano.

I manager sembrano consapevoli del problema e nel bilancio 2018, approvato a giugno scorso, assicurano di aver già incassato 12 milioni di euro nel 2019 sulla base di accordi siglati a fine 2018 e di aspettarsi una “regolarizzazione dei flussi di cassa” grazie all’esaurimento di “speciali dilazioni” – concesse dopo la quotazione in Borsa nel 2014 a non si capisce bene quali clienti e neppure su quali basi – che hanno ritardato l’afflusso di ricavi dovuti alla cessione di licenze sulle tecnologie proprietarie.

Il Fatto Quotidiano ha chiesto – via mail e via sms – a Bio-On di rispondere ad alcune domande, ieri sera. Ma non è arrivata risposta.

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