A volte si ha l’avvilente sensazione che la musica italiana sia solo quella che i media deliberatamente scelgono di farci vedere: senza scendere in dettagli alquanto scabrosi, un nulla al cubo che ad esser buoni ci sarebbe da sperare in una catastrofe nucleare. E invece in Italia, lontano dai fumi, dai raggi laser e dalle pedane piene di scemi che si muovono (cit.) esistono persone che fanno cose bellissime.

E non parlo dei soliti e ben blasonati nomi dei grandi e pur mirabilissimi teatri o auditorium, di quei luoghi cioè abitualmente attraversati dalle star della grande musica: parlo di tutte quelle manifestazioni, eventi e iniziative che da sud a nord popolano l’intera penisola regalando un po’ ovunque emozioni e spessore degni di questo nome. Due, a titolo rappresentativo e geograficamente agli antipodi, le voglio segnalare qui.

Domenica sera nella città capoluogo calabrese, Catanzaro, è andata in scena al Teatro Politeama una doppia rappresentazione: Cavalleria rusticana e Pagliacci. Le opere, tra i maggiori emblemi del verismo operistico e rispettivamente di due dei più grandi nomi del melodramma di fine 800 e inizi 900, Pietro Mascagni e Ruggero Leoncavallo, sono state più che degnamente rappresentate grazie alla coreografica regia di Luciano Cannito e alla poderosa direzione d’orchestra del Maestro Filippo Arlia, quest’ultimo alla guida dell’Orchestra Filarmonica della Calabria.

Capace di un suono potente, pulito, raffinato e audace anche nei passaggi più ostici, l’Orchestra calabrese, che ha brillato da inizio a fine spettacolo, ha dato domenica sera e da ormai diverso tempo dà prova di essere a tutti gli effetti un’orchestra degna dello status di Istituzione Concertistico Orchestrale, così beneficiando di finanziamenti, viste le mille e una difficoltà del territorio, utili come l’ossigeno ma mai finora pervenuti.

I cantanti, il coro (mirabilmente preparato dal Maestro Bruno Tirotta) e il corpo di danza hanno poi dato prova di una tale professionalità e impegno che il pubblico ha degnamente premiato con applausi e ovazioni colme di gratitudine e soddisfazione. Raramente posso dire di aver fino a oggi assistito a una morte di Turiddu, Nedda e Silvio tanto strazianti ed emotivamente coinvolgenti. Bravi!

Dall’altra parte della penisola, precisamente a Vercelli, si è invece appena concluso il premio di musica d’arte che, per numero di edizioni consecutive, si aggiudica quest’anno niente meno che il titolo di più longeva competizione di musica classica al mondo: parliamo del Concorso Internazionale G. B. Viotti, giunto nell’anno corrente alla sua 70esima edizione consecutiva. E’ fin dal 1950, anno della sua istituzione, che il concorso Viotti, dedicato alla figura del grande violinista e compositore vercellese Giovan Battista Viotti, definito “padre dei violinisti moderni”, vede competere giovani musicisti provenienti da tutto il mondo: in quasi 12mila sono passati dalle forche caudine del Viotti in 70 anni di infaticabile attività.

Il premio, dedicato in quest’ultima edizione al solo pianoforte, ha visto un podio integralmente asiatico, con ben due coreani e un cinese a farla da padroni assoluti: non è certo la prima volta che si viene a verificare una finale interamente ed estremamente orientale, laddove è dal lontano 2002 che un italiano non riesce in alcun modo a oltrepassare la semifinale. Grandi, in quest’ultima edizione, erano le aspettative del pubblico per il coreano Hans Suh, ma alla sua brillantissima esecuzione del Primo di Johannes Brahms la giuria ha preferito, col Primo di Tchaikovsky, il cinese Ziyu Liu: un pizzico di passione in più sembra essere stato l’ingrediente che ha dato al primissimo vincitore cinese dell’intera storia del Concorso Viotti l’onore del primo premio assoluto.

Giunto alla sua 17esima presentazione consecutiva, al giornalista e scrittore Paolo Pomati è toccato anche quest’anno l’onore e l’onere di traghettare da inizio a fine una competizione che nel corso degli anni ha avuto il merito di far passare da Vercelli, se non proprio lanciare, molte delle più importanti personalità musicali degli ultimi decenni: gente come Daniel Barenboim e Salvatore Accardo, che ivi giunsero “in calzoncini corti” rispettivamente all’età di 11 e 14 anni; Claudio Abbado e Luciano Pavarotti, che conquistarono entrambi la finale senza tuttavia guadagnarsi il primo premio; e poi ancora Leo Nucci, che nonostante si fosse ammalato alla seconda prova l’ambito primo premio riuscì ad aggiudicarselo.

Ma i nomi altisonanti non sono mancati neanche nelle varie giurie che di anno in anno hanno avuto l’arduo compito di scegliere i migliori fra i migliori: due nomi su tutti, a titolo puramente emblematico, Joan Sutherland e Arturo Benedetti Michelangeli, quest’ultimo molto meno scontroso di come lo si dipingeva abitualmente e grande amante della buona cucina. Un’Italia, quella tratteggiata in queste poche righe, lontana dai clamori mediatici ma pienamente addentro alla grande e vera arte.

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