Domani Ahmed Mansoor compirà 50 anni e, per la terza volta, trascorrerà il compleanno in carcere. Per la precisione, nella prigione di al-Sadr, negli Emirati Arabi Uniti: un paese dove occuparsi di diritti umani è un reato.

Mansoor, insignito nel 2015 del premio Martin Ennals per i difensori dei diritti umani, ha a lungo collaborato col Centro per i diritti umani del Golfo e Human Rights Watch. Arrestato il 20 marzo 2017 e detenuto per sei mesi in isolamento senza poter contattare un avvocato, il 29 maggio 2018 è stato giudicato colpevole di “offesa allo status e al prestigio degli Emirati Arabi Uniti e dei suoi simboli, compresi i suoi leader”, “pubblicazione di notizie false per screditare la reputazione degli Emirati Arabi Uniti all’estero” e per aver descritto lo stato come “una terra senza legge”.

La condanna, confermata in appello sette mesi dopo, è stata pesante: 10 anni di carcere seguiti da tre anni di libertà vigilata, oltre a una multa di un milione di dirham (circa 250.000 euro).

Quest’anno, a maggio e a settembre, ha intrapreso scioperi della fame per protestare contro le condizioni detentive. La seconda volta l’hanno picchiato duramente. Resta in isolamento, in una cella priva di acqua corrente e di un letto, da cui può uscire solo in occasione delle visite familiari.

Di questa storia, così come delle leggi liberticide degli Emirati Arabi Uniti e del ruolo di primo piano di questo stato nel conflitto dello Yemen, la comunità internazionale si disinteressa. Gli Emirati Arabi Uniti sono un generoso acquirente di armi, un vantaggioso partner per investimenti economici e uno scintillante esempio di modernità e globalità: tanto che ospiteranno addirittura Expo 2020. Con Mansoor, probabilmente e purtroppo, ancora in carcere.

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