Il nodo immunità penale per i gestori dell’ex Ilva di Taranto torna alla casella di partenza. Non sarà nel decreto Salva-Imprese, che approderà al Senato il 22 ottobre, dopo le proteste di 17 senatori M5s. Il proposito è quello di ripresentarlo in un provvedimento ad hoc nelle prossime settimane, ma per il momento l’accordo di maggioranza ha una sola certezza: il nuovo scudo penale, inserito nel decreto per volere di Luigi Di Maio sul finire dell’esperienza del governo Lega-M5s, viene stralciato. Con le conseguenti preoccupazioni dei sindacati, già allarmati per l’avvicendamento al vertice di Matthieu Jehl con Lucia Morselli.

In sostanza, da quando il Salva-Imprese verrà convertito, ArcelorMittal sarà scoperta come sarebbe accaduto dallo scorso 6 settembre, per effetto della cancellazione dell’immunità nel decreto Crescita. La maggioranza, insomma, congela la norma che avrebbe, in maniera più circoscritta, ridato uno scudo ai gestori dell’acciaieria nei confronti dei processi per problemi legati alla gestione del siderurgico di Taranto nell’attuazione del Piano Ambientale. Se non fosse che alla reintroduzione delle tutele legali si era arrivati dopo le minacce dei gestori dell’acciaieria di andarsene senza quelle garanzie.

Il dl Salva-Imprese le ha reintrodotte. Ma adesso che si tratta di convertirlo in legge, entro il 3 novembre, i dubbi sono tornati, coinvolgendo almeno una parte del gruppo pentastellato a Palazzo Madama. Dopo incontri e riunioni è arrivata pure l’intesa di maggioranza. A fronte del via libera all’emendamento che elimina lo scudo, c’è l’impegno del governo a riaffrontare il tema cercando una nuova strada, una soluzione apposita, anche attraverso uno specifico provvedimento. In maniera tempestiva.

Tanto che il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, a inizio settimana prossima incontrerà l’azienda. I sindacati si dicono però preoccupati, temono che si generi il caos e che i lavoratori rimangano senza un posto di lavoro. Duro il commento della Fim-Cisl, con Marco Bentivogli che giudica “schizofrenico” l’atteggiamento del governo. Esecutivo che “fornisce un buon alibi all’azienda per andare via”, incalza. Sulla stessa linea Rocco Palombella della Uilm, che ricorda come l’azienda già perda “due milioni di euro al giorno”. Per Gianni Venturi della Fiom-Cgil si rischia “ulteriore incertezza” per l’ex Ilva e i suoi 10.700 lavoratori.

Già il cambio di amministratore delegato, con l’arrivo di Morselli, considerata una ‘tagliatrice di teste’, aveva messo sul chi-va-là i rappresentanti dei lavoratori. Il passato della nuova numero uno di ArcelorMittal in Italia, ricordata per i 36 giorni di scontro all’Ast di Terni, viene letto in ambienti sindacali come un “cambio di passo”, visti i risultati finora negativi della gestione. A fronte delle 6 milioni di tonnellate di produzione stimate nel 2019, a metà anno gli impianti dell’ex Ilva ne avevano sfornati appena 2,3. Se il ritmo dovesse rimanere identico nel secondo semestre, a fine anno mancherebbe circa il 25% di quanto preventivato.

Del resto le parole di Morselli nel primo incontro con le Rsu di Taranto sono state chiarissime: al momento ArcelorMittal non riesce a pagare gli stipendi con quanto prodotto in Italia. Senza coperture legali – che l’amministratore delegato uscente Jehl ha definito una “regola” stabilita già durante la gara che non può essere “cambiata a metà partita” – i lavoratori temono che il colosso dell’acciaio abbia il tavolo apparecchiato per annunciare una drastica ‘cura dimagrante’ dell’organico o, nello scenario peggiore, una fuga da Taranto.

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