di Stefano Manganini

L’Enciclopdia Treccani definisce lo stato come “ente dotato di potestà territoriale, che esercita tale potestà a titolo originario, in modo stabile ed effettivo e in piena indipendenza da altri enti”. Tuttavia nella storia sono esistite diverse interpretazioni su quale sia o debba essere la funzione ultima di uno stato, fino a delinearne diverse forme con fini ben diversi tra loro.

Nella visione socratica lo stato veniva identificato come un organismo sociale il cui fine ultimo è di rendere migliore il cittadino e di assicurarne il suo benessere, ma nei secoli la concezione di stato è andata via via arricchendosi con altre sfumature concentrate sulla funzione pratica piuttosto che meramente filosofica.

Machiavelli, nella sua teoria politica, voleva che alle buone leggi per il raggiungimento del benessere fossero associate delle buone armi in quanto, in caso di guerra, sarebbe stato necessario difendere lo status quo statale con ogni mezzo. Nella sua visione, sebbene razionale ed egalitario al suo interno, lo stato moderno deve saper essere potenzialmente violento con altri stati.

Max Weber, vagamente sulla stessa linea d’onda anche se più centrato sulla politica interna, riteneva che lo stato è un ordinamento politico che si riserva il monopolio dell’uso della forza qualora ne sussistano le condizioni necessarie. Sfruttando lo spunto di Weber, la questione che si pone è semplice: quali sono le condizioni per l’uso della forza?

Lungi dal voler difendere il scellerato attacco turco alle Forze di Difesa siriane – a maggioranza curda – è interessante valutare come tale azione trovi fondamento proprio nel pensiero di Machiavelli e Weber. Erdoğan, più che la minaccia militare, teme la riuscita dell’esperimento di autonomia democratica iniziato dai curdi siriani nel nord del paese dopo la strenua resistenza a Daesh (Isis). Qualora questi riuscissero a garantire stabilità nella zona, si troverebbero in posizione di demandare il riconoscimento dei loro diritti e una decentralizzazione dal potere statale siriano. Erdoğan vuole assolutamente prevenire questo sviluppo, per paura che le stesse richieste vengano estese anche ai territori curdi entro i confini turchi.

Sebbene mai citato espressamente nella filosofia politica, se supponiamo che tra le funzioni fondamentali di uno stato vi sia assicurarsi la propria integrità e sopravvivenza, allora la mossa di Erdoğan si carica di significato e ragionevolezza. La nascita di un Kurdistan indipendente potrebbe causare la frammentazione della Turchia, trasformando quindi il primo in un nemico dello stato turco e validando l’uso delle armi come previsto nel pensiero di Machiavelli.

Fortunatamente però il mondo è cambiato dai tempi del filosofo fiorentino: un intervento armato di questo tipo risulta essere scriteriato e fuori luogo vista la possibilità di dirimere la questione tramite i preposti organismi internazionali. Tuttavia parrebbe che l’azione militare sia l’unico mezzo rimasto ad Erdoğan vista la debolezza diplomatica e l’isolamento in cui ha fatto precipitare il paese, anche attraverso l’evoluzione (forzata?) della Turchia da stato pluralista a stato islamico populista.

Erdoğan, per aizzare le folle, ha saputo giocare una grande partita di distrazione di massa riuscendo a far identificare lo stato con la religione e rafforzando il suo potere tramite l’illusorio sillogismo “chi è contro la Turchia è contro l’Islam”. Un sillogismo che addirittura oggi stesso si è evoluto e sfociato in una quasi sfacciata dissonanza cognitiva: “critiche e commenti alla Turchia sono supporto alle organizzazioni terroristiche”.

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