Refaat ti guarda fisso, in cerca di risposte. I grandi occhi che sgrana mentre parla hanno lo stesso color nocciola di quelli dei due bambini che mostra in foto, sul telefonino. Si passa di continuo la mano sulla fronte e respira forte, ma non è per il caldo che fa sull’isola. E’ rimasto al momento in cui, l’11 ottobre 2013 il peschereccio su cui viaggiava con moglie e tre figli si è rovesciato in mare e due di loro, Mohammad e Ahmed, non li ha visti più.

Lo chiamano il “naufragio dei bambini“. Ne morirono 60 quel giorno a 6o miglia da Lampedusa, dove non si era ancora finito di versare lacrime per la strage consumatasi solo otto giorni prima, il 3 ottobre, davanti all’isola dei Conigli. Mentre le istituzioni ancora si battevano il petto salmodiando il mantra perfetto per l’occasione – “mai più” – i ripetuti sos lanciati da quel peschereccio salpato dalla Libia venivano rimbalzati tra le autorità italiane e quelle maltesi, fino a che il barcone non era affondato uccidendo 268 siriani che come Refaat erano in fuga dalla guerra.

“Ascolta, noi avevamo chiesto aiuto“, dice in arabo pigiando il play e alzando il volume del telefonino per farmi sentire la registrazione delle chiamate fatte da un uomo di nome Mohanad Jammo, con lui sul barcone, alla Guardia costiera di Roma. La voce risuona nella stanza: Dovete chiamare Malta, perché siete vicini a Malta – rispondeva un italiano parlando inglese – Avete capito?. “Italia-Malta, Malta-Italia”, dice Refaat mimando con le mani il rimpallo e facendosi intendere senza bisogno del traduttore.

Chi invece non aveva capito o non aveva voluto farlo erano stati il guardacoste italiano e i colleghi che avevano risposto alle altre due chiamate fatte con il satellitare, perché a un’ora di navigazione c’era la nave militare Libra, Lampedusa era a sole 60 miglia mentre Malta ne distava 118 e la barca, danneggiata da una sventagliata di mitra sparatale contro dalla guardia costiera di Tripoli, aveva cominciato a imbarcare acqua. Niente: “Dovete chiamare Malta”, rispondeva netta una voce di donna a Jammo che la implorava: “Stiamo morendo, siamo trecento persone e stiamo morendo. Non abbandonateci“. E la Valletta, da parte sua, in questo assurdo rimando tra finti sordi replicava di chiedere aiuto all’Italia.

Dopo sei ore passate a implorare i soccorsi, alle 17.10 il peschereccio si era rovesciato. “Fino a un momento prima eravamo tutti insieme – racconta Refaat, in un’aula dell’istituto “Luigi Pirandello” di Lampedusa, dove con sua moglie Feryal è arrivato dalla Germania per ricordare le vittime delle due stragi – quando siamo finiti in acqua ho cominciato a cercare i miei bambini, che non sapevano nuotare. Ho trovato Ahmed vicino a me e mi sono guardato intorno in cerca di Mohammad. Poi ho visto che mia moglie era in difficoltà e sono andato ad aiutare lei. In quel momento i maltesi, che nel frattempo erano arrivati, hanno iniziato a gettare in mare i giubbotti di salvataggio“. Si ferma un attimo, poi riprende: “Quando mi sono voltato i miei bambini non c’erano più“.

Qualcuno gli ha detto che Mohammad, 9 anni, e Ahmed, 13, sono stati salvati dalla nave Libra, nel frattempo arrivata. Ma a vedere la vita per quale la famiglia aveva lasciato la Siria è stato solo Anas, il terzo figlio salvato dai maltesi insieme ai genitori, che oggi ha 22 anni. E’ rimasto ad Amburgo, dove per il momento Refaat non lavora: “In Siria, a Damasco, facevo il barbiere – racconta – ma non ho ancora aperto il mio negozio. Dopo quello che è successo non sto ancora bene psicologicamente e il governo tedesco mi ha detto di restare a riposo fino a quando non mi sarò ripreso. Non sono stabile emotivamente, hanno detto i medici”. Refaat non si dà pace.

Da sei anni cerca i suoi bambini. “Nessuno sa dove siano – racconta, asciugandosi la fronte – ci hanno detto che potrebbero essere a Malta, ma io sono sicuro che si trovano in Italia. Abbiamo fatto l’esame del Dna, ma il nostro non corrisponde con nessun campione estratto dai corpi recuperati in mare. L’Italia dovrebbe fare qualcosa per trovarli. Per questo torno qui ogni anno per partecipare a manifestazioni come questa (la Giornata della memoria e dell’accoglienza, ndr), ma non succede mai nulla”. Ad aprile è andato anche dal Papa per chiedergli di fare pressioni sulle autorità, e mostra la foto in cui Francesco gli poggia paterno una mano sulla testa in piazza San Pietro.

Mohammad e Ahmed potrebbero essere in uno dei cimiteri della Sicilia in cui negli anni sono stati sepolti i resti dei morti senza nome recuperati in mare. Non si fa illusioni, Refaat. In passato se ne è fatte: “Un giorno su YouTube ho visto il video di un bambino che scendeva dalla Libra e ho riconosciuto Mohammad – racconta, con la voce che si fa concitata – ho chiamato subito Feryal e lei ha cominciato a urlare: ‘Mohammad, Mohammad'”. Il video era stato trasmesso in Italia da Chi l’ha visto, così Refaat aveva chiamato la trasmissione, che aveva lanciato un appello. L’illusione è durata poco: “Il tribunale di Siracusa ci ha convocato insieme ai genitori di quel bimbo e abbiamo capito che non era Mohammad”.

Il 16 settembre 2019 due ufficiali, uno della Guardia costiera e uno della Marina Militare, sono stati rinviati a giudizio. Il 3 dicembre sono attesi davanti alla seconda sezione penale del Tribunale di Roma. Quel giorno Refaat, Feryal e Anas si sveglieranno e per l’ennesimo giorno tenteranno di cominciare la loro nuova vita ad Amburgo. Se gli domandi se torneranno mai in Siria, Refaat risponde: “Torneremo quando sarà finita la guerra, ma a farci compagnia resteranno i ricordi dei nostri figli, e non sarà facile. Quelli non se ne andranno mai”.

(Foto di Germana Costanza Lavagna)

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