Nella miriade di dichiarazioni di circostanza di capi di governo e membri delle istituzioni sull’offensiva turca in territorio siriano contro le postazioni delle Unità di Protezione Popolare curde (Ypg), intorno alle 17 di mercoledì è arrivata quella del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg: “La Nato è stata informata dalle autorità turche delle operazioni nel nord-est della Siria. È importante evitare azioni che destabilizzino la regione, aumentino la tensione e possano causare ulteriori sofferenze umane. Spero che l’azione della Turchia sia proporzionata e misurata per non indebolire la lotta comune all’Isis”.

“Azioni che destabilizzino la regione, aumentino la tensione e possano causare ulteriori sofferenze umane”. Cos’ha di non destabilizzante un’offensiva in territorio straniero? Quale bombardamento non aumenta la tensione? Quale attacco contro centri abitati non causa sofferenze umane? Forse, come anche Donald Trump dopo di lui, il segretario generale Stoltenberg si aspettava un’invasione soft da parte di Ankara, nonostante gli ultimatum lanciati ai curdi (“hanno due opzioni: possono disertare, oppure noi dovremo fermarli dall’interrompere i nostri sforzi di contrastare l’Isis”), il dispiegamento di artiglieria e carri armati al confine, e i caccia che sorvolavano Tell Abyad e Ras al-Ain.

“Spero che l’azione della Turchia sia proporzionata e misurata per non indebolire la lotta comune all’Isis”. Proporzionata rispetto a cosa? Come può un attacco militare a truppe che non rappresentano una minaccia, come le Ypg per la Turchia, risultare “proporzionato”? Inoltre, se non voleva che la lotta allo Stato Islamico venisse indebolita, avrebbe dovuto almeno chiedere un immediato stop all’offensiva. Sì, perché le milizie curde, ancora presenti a Raqqa, ex capitale del defunto Califfato, e Deir Ezzor, ultima enclave jihadista espugnata, sono state costrette a spostarsi da queste aree ancora sensibili verso il confine turco-siriano. Per difendersi.

La conseguenza: aumenta il numero degli attentati. A Raqqa, ad al-Qamishli, a Tabqa. E nel campo di al-Hol, dove vengono tenuti donne e bambini del Califfato, dopo la notizia di un attacco turco si sono già registrati scontri con le guardie e incendi alle tende che ospitano i prigionieri. Fonti curde hanno addirittura riportato che bombe turche hanno colpito una prigione con all’interno detenuti fedeli ad Abu Bakr al-Baghdadi.

Nell’intervista che ho realizzato due settimane fa in Siria, insieme al collega Alberto Marzocchi, ad Anwar Haddouchi, un combattente di alto rango dello Stato Islamico conosciuto anche come Il Boia di Raqqa, il tagliagole che stava tentando di passare come una vittima del Califfato ha sorriso all’idea di un’invasione turca: “Tutti sperano di essere liberi – ci ha detto -, è normale”. Un attacco turco, sperano i jihadisti, potrebbe aprire le porte delle prigioni curde.

Ma Stoltenberg ha continuato, con un tono che sembra quasi giustificare l’azione della Turchia, seconda potenza della Nato: “La Turchia ha chiaramente delle preoccupazioni per la propria sicurezza, ha subito degli attacchi terroristici e ospita milioni di rifugiati siriani”.

La Nato nasce come un’alleanza a scopi difensivi, soprattutto in funzione anti-sovietica, ma tra i suoi principi c’è anche quello di limitare i conflitti tra gli Stati. Sorpreso dalle parole del segretario generale, sono andato a rileggermi gli articoli del Trattato Nord Atlantico del 1949. E ho trovato:

Articolo 1 – “Le parti si impegnano, come stabilito nello Statuto delle Nazioni Unite, a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale in cui potrebbero essere coinvolte, in modo che la pace e la sicurezza internazionali e la giustizia non vengano messe in pericolo, e ad astenersi nei loro rapporti internazionali dal ricorrere alla minaccia o all’uso della forza assolutamente incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite”.

Articolo 2 – “Le parti contribuiranno allo sviluppo di relazioni internazionali pacifiche e amichevoli (…) e promuovendo condizioni di stabilità e di benessere”.

Mi si dirà: “Vabbè, il testo del Trattato. Ma poi c’è la realpolitik“. Realpolitik, una parola che ormai preannuncia una giustificazione a scelte deprecabili. Perché ormai non la si può più tradurre con “pragmatismo politico”, bensì con “opportunismo”. L’abbiamo sentita usare molte volte: dopo la non reazione all’uso di armi chimiche da parte di Bashar al-Assad; di fronte alle migliaia di morti nel Mediterraneo; per gli accordi dell’ex ministro dell’Interno, Marco Minniti, che hanno avuto come conseguenza il blocco dei migranti africani nei lager libici; per i devastanti disimpegni in Iraq, Libia, ma anche Afghanistan e così via.

Di fronte alle ultime dichiarazioni di Stoltenberg, quindi, non rimane che lanciare un appello: Nato, per favore, smentisci Trump. Dimostraci, almeno nelle dichiarazioni, che sei ancora viva.

Twitter: @GianniRosini

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