Alla fine degli anni 60 l’Italia fu travolta da un’ondata di proteste e di lotte sindacali operaie per la rivendicazione dei diritti. L’incredibile conflittualità operaia di massa scatenatasi con l'”autunno caldo” permise la realizzazione di un sistema di norme a tutela dei lavoratori davvero straordinario: lo Statuto dei lavoratori.

A distanza di 50 anni lo Statuto dei lavoratori – dall’indiscusso valore garantista in favore dei lavoratori – è divenuto un problema di cui disfarsi: cosa che in parte è già avvenuta con una serie di riforme attuate a suon di modernità e di più Europa.

Sfortuna loro, i lavoratori italiani hanno quindi avuto modo di sperimentare sulla propria pelle in cosa consiste questa modernità del lavoro. La chiamano flessibilità, ma è precarietà. La chiamano produttività, ma è gioco al ribasso del costo del lavoro, ovvero dei salari. Si potrebbe continuare a lungo nel descrivere in cosa consista la modernità di stampo neoliberista tanto cara alla ex-sinistra.

Le conseguenze sono purtroppo ovvie: l’aumento generalizzato dei lavoratori precari, potendo ormai serenamente includere in questa categoria anche i cosiddetti lavori stabili, che con l’abolizione del cuore dell’articolo 18 sono adesso tutt’altro che stabili. Ma dire questa verità è troppo scomodo perché significherebbe privare i politici della possibilità di poter vendere agli elettori l’obiettivo, ormai inattuabile, dell’aumento dell’occupazione stabile.

Così sotto al tappeto finiscono i numerosi contenziosi attualmente in corso di quei tanti lavoratori che, coinvolti in svariate vicende societarie, tentano di salvare i vecchi contratti di lavoro ancora coperti dall’articolo 18 nella sua versione originaria. Tante cose sono cambiate in peggio negli ultimi 50 anni e oggi l’autunno è così gelido da congelare gli animi di chiunque abbia compreso cosa stia realmente accadendo.

Certo, ogni tanto qualcuno prova coraggiosamente ad accendere un fuocherello, come i lavoratori della Whirlpool di Napoli, quelli del Mercatone Uno o quelli di Almaviva, e prima di loro tanti altri. Ma allo stato attuale – vuoi per l’atomizzazione delle proteste, vuoi per l’assenza di una forza politica in grado di affrontare la deriva del benessere dei lavoratori – non vi è alcuna possibilità (almeno nel breve periodo) che l’Italia possa sperimentare una stagione di proteste in grado di risollevare le sorti di milioni di lavoratori.

La quasi certezza la si può riscontrare nella superficiale polemica riaccesa da Carlo Calenda circa il ruolo di Luigi Di Maio nella vertenza Whirlpool. Calenda vorrebbe farci credere che il problema per i lavoratori della Whirlpool di Napoli siano le dichiarazioni rese da Di Maio qualche mese fa, seppur a quanto pare scorrette.

La verità che invece un politico dovrebbe raccontare è che una vertenza come quella Whirlpool non potrebbe mai essere risolta in un tavolo ministeriale con le promesse di un ministro, perché altro non è che l’ennesima manifestazione di un fenomeno molto più vasto – quello delle esternalizzazioni di masse di lavoratori – che dovrebbe essere discusso soprattutto in Parlamento al fine di trovare soluzioni normative adeguate per una tutela effettiva dei lavoratori.

Basti solo pensare che, in base alla normativa attuale, i lavoratori possono essere ceduti da una società a un’altra senza il loro consenso e che troppo spesso si tratta di società che nemmeno esistevano prima che qualcuno decidesse di cederli. Ne parlo da anni, proponendo soluzioni normative mai discusse. Dunque, se questo è lo scontro politico in atto, sentiremo freddo per un bel po’.

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