Circa dieci anni fa ho iniziato una battaglia sul campo contro l’abuso delle esternalizzazioni realizzato con lo scopo di procurare un danno ingiusto ai lavoratori, che in base alla legge attuale – almeno così la si interpreta – possono essere ceduti senza il loro consenso dalla società che li ha assunti ad un’altra società di cui spesso non conoscevano nemmeno l’esistenza. Questo escamotage ha consentito a molte grandi aziende di liberarsi di decine, centinaia e a volte anche migliaia di lavoratori come se fossero una qualsiasi merce di scambio.

Spesso i lavoratori vengono catapultati in società che nemmeno esistevano, create proprio per assorbire il personale ceduto e che, altrettanto spesso, sopravvivono soltanto grazie all’appalto che viene concesso proprio da chi si è liberato dei dipendenti.

Il lavoratore esternalizzato si ritrova così da dipendente della grande azienda a dipendente di una piccola realtà talora ‘neonata‘ e senza esperienza nel mercato, e con la ex datrice di lavoro trasformatasi in cliente-appaltante, adesso in grado di giocare al ribasso del costo del lavoro mediante la ricontrattazione delle condizioni dell’appalto. Nella migliore delle ipotesi i lavoratori perdono soltanto benefici economici, nella peggiore delle ipotesi vengono licenziati.

L’unico strumento di difesa in mano ai lavoratori resta la vertenza legale, attraverso cui essi possono chiedere la disapplicazione della norma che consente di cederli senza il loro consenso (art. 2112 c.c.), ma soltanto se dimostrano che non ricorrono i presupposti di legge. I tribunali sono pieni di cause di questo tipo, evidentemente perché i lavoratori sanno benissimo che è uno strumento per certi versi diabolico, essendo una legge che dovrebbe difenderli ma che in realtà consente la loro ‘distruzione’, non soltanto lavorativa ma anche esistenziale.

Il fenomeno è di ampia portata, la precarietà di una vita ‘in appalto’ origina molte volte da una cessione ‘a monte’ con cui i lavoratori fuoriescono dalla grande azienda. E’ assurdo che si possa cedere una persona in questo modo e attribuire il peso di questa patologia sistemica alla magistratura. Occorre un serio dibattito politico. Anzitutto deve essere introdotto il diritto di opposizione dei lavoratori al trasferimento ‘forzato’.

Ho elaborato una proposta di legge con una relazione tecnica di accompagnamento (qui il video di presentazione) e spero che venga presa in considerazione da qualche forza politica. Solo per questo ‘cavillo’, in tutti i settori produttivi (call center, telecomunicazioni, informatica, metalmeccanica, bancario) ogni giorno che passa qualcuno perde, o potrebbe perdere, il proprio posto di lavoro.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Lavorare in appalto, la storia di Tina che non vuole rassegnarsi a cucinare senza amore

prev
Articolo Successivo

Voucher, Boeri: “Limitarli solo alle famiglie? Sarebbe come cancellarli”

next