di Riccardo Cristiano*

Il Syrian network for human rights (Snhr) ha pubblicato recentemente un dettagliato rapporto sulle distruzioni arrecate alle chiese siriane dall’inizio del conflitto. Sovente citato come fonte dall’ufficio dell’Onu per i diritti umani, dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sulla Siria e da diverse Ong internazionali per la difesa dei diritti umani, tra le quali Amnesty international, l’Snhr è invece considerato schierato con gli insorti da fonti vicine alle autorità di Damasco. Il rapporto indica chi controllava la zona in oggetto al momento dell’attacco, chi attaccava o assediava, e si basa sulle testimonianze, orali e filmate, delle vittime e presenti nel web.

Il primo punto che emerge è che raramente una chiesa sarebbe stata attaccata una sola volta. Nel rapporto si asserisce che alcuni luoghi di culto sono stati attaccati da entrambi i belligeranti e che in un episodio gli attacchi si sono ripetuti ben sette volte: è il caso dell’edificio di culto di Nostra Signora della pace di Homs. Il totale delle chiese colpite infatti arriva a 76, mentre le azioni armate contro di esse sono quasi il doppio, 124. Proprio la ripetizione degli attacchi viene ritenuta grave; pur trattandosi di scontri urbani, gli attacchi multipli indicano per gli autori l’intenzione di distruggere luoghi di culto. Viene sottolineato anche il danno culturale: in un caso si tratta di un edificio dove si asserisce che si esercitava il culto dal primo secolo.

Emergono anche novità. Se è noto ad esempio il caso, di cui si offre anche documentazione fotografica, del monastero di Mar Elian, dove il 19 agosto del 2015 l’Isis inviò i bulldozer a distruggerlo, non altrettanto si può dire dei luoghi di culto cristiani trasformati in sedi militari: secondo il rapporto è accaduto in 11 casi, sei dei quali opera dell’esercito siriano o di milizie ad esso alleate, due opera delle fazioni armate in lotta con il regime e tre dei gruppi terroristi, Isis e Hay’at Tahrir al Sham.

Dei 124 attacchi il rapporto ne attribuisce dieci all’Isis, due al gruppo terrorista di Hay’at Tahrir al Sham, per un totale di 12; quattro li indica a carico di “altri”, mentre le varie fazioni delle forze di opposizione al regime vengono indicate come colpevoli di aver colpito 33 volte.

Il dato più sorprendente rispetto alle narrative più diffuse riguarda i 75 attacchi che il report imputa alle varie forze leali a Damasco, cioè l’esercito siriano e le varie milizie locali, libanesi, irachene o iraniane intervenute in suo aiuto. E’ il 61% del totale. Per quanto riguarda il numero totale degli edifici di culto colpiti, il regime e le milizie a esso alleate sono indicati come responsabili degli attacchi a 48 chiese, le forze delle opposizioni armate a 21 chiese, l’Isis a otto e Hay’at Tahrir al Sham a due.

Il direttore dell’Snhr, Fadel Abdul Ghani, afferma: “mentre sostiene di non aver commesso alcuna violazione della legge internazionale, e di proteggere lo stato siriano ed i diritti delle minoranze, il regime ha condotto operazioni di rilievo per sopprimere e terrorizzare tutti coloro che desideravano cambiamenti politici e riforme, senza alcuna distinzione di religione o di razza, né mostrando scrupolo per la possibilità che questo comportasse la distruzione del patrimonio culturale siriano e lo smembramento comunitario delle minoranze religiose”.

Questa tesi non si distanzia molto da quella espressa nel rapporto su chiese e cristiani in Siria divulgato dall’Snhr nel 2015. Scriveva infatti nel 2015 Wael Aleji, portavoce dell’Snhr, nelle conclusioni del rapporto: “I cristiani e i loro luoghi di culto hanno sofferto tanto quanto gli altri siriani. Missili, armi chimiche e barili bomba non fanno differenza tra cristiani e musulmani. E, dopo la crescita ed espansione dei gruppi terroristi, i cristiani hanno sofferto diversi tipi di discriminazione e violenza sebbene abbiano vissuto in armonia con i musulmani per secoli. I cristiani sono stati intrappolati e schiacciati tra il fuoco di Assad e l’inferno dei gruppi estremisti”.

L’analisi del 2015 si conferma dunque in quella odierna, e c’è un corollario che appare evidente e importante esplicitare. Tutte le cronache convergono nel dire che, per recuperare i territori di cui aveva perso il controllo dal 2011 e 2012, il regime siriano ha fatto largamente ricorso prima agli obici, poi a barili bomba lanciati sui centri abitati fuori dal proprio controllo, poi a intense operazioni di bombardamento aereo.

Dunque l’entità delle azioni governative deriverebbe da una campagna di riconquista definita indiscriminata. E l’Isis? Non disponeva di aviazione, ha conquistato territori dove si trovano soltanto due città importanti, Raqqa e Deir ez-Zoor: nell’altro versante del Paese invece abbiamo Damasco, Homs, Hama, Aleppo, Latakia, Daraa e Idlib, dove hanno combattuto il regime e le forze armate di opposizione.

Dal dettaglio delle mappe emergono particolari rilevanti. Nel caso di Homs, una delle prime battaglie con assedio dell’esercito e città controllata dagli insorti, quasi tutti gli attacchi alle chiese vengono attribuiti all’esercito assediante. Nel caso di Aleppo, città divisa per anni tra lealisti e oppositori, il quartiere cristiano era nel primo settore e la larga maggioranza degli attacchi viene imputata agli insorti. Il rapporto sembra dunque dire che per i cristiani non ci sono stati protettori.

* Vaticanista di RESET, rivista per il dialogo

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