Ricorre quest’anno il settantacinquesimo anniversario della scoperta della funzione del Dna ad opera di Avery, McLeod e McCarty. Gli anniversari sono occasioni per rivedere il passato alla luce del presente e, quindi, in una prospettiva che risultava inaccessibile al momento dell’evento considerato. Per questo ci aiutano anche a giudicare meglio gli eventi del presente, evitando facili entusiasmi o affrettate indignazioni.

La scoperta di Avery e collaboratori si classifica tra le più importanti della biologia di tutti i tempi; come disse Arne Tiselius, il fatto che non abbia ricevuto il premio Nobel rappresenta il più grande errore mai commesso dal comitato svedese. Avery progettò il suo famoso esperimento sulla base di un esperimento precedente pubblicato nel 1928 da Fred Griffith. Griffith aveva a disposizione culture di pneumococchi, i batteri che causano la polmonite nell’uomo come in altri mammiferi, e sapeva che gli pneumococchi dotati del rivestimento cellulare chiamato capsula causano nel topo una infezione mortale. Per contro gli pneumococchi privi di capsula iniettati nel topo non risultavano letali. Griffith provò ad iniettare nel topo allo stesso tempo pneumococchi vivi, privi di capsula, e pneumococchi provvisti di capsula ma uccisi preventivamente con il riscaldamento. Il topo così trattato sviluppava spesso una infezione mortale, e all’autopsia si potevano isolare dal polmone pneumococchi provvisti di capsula.

Una possibile interpretazione del risultato di Griffith era che gli pneumococchi provvisti di capsula ma uccisi cedessero in qualche modo un “fattore di trasformazione” agli pneumococchi vivi ma non capsulati. Avery ripetè l’esperimento di Griffith, ma al posto degli pneumococchi capsulati uccisi utilizzò estratti alcolici parzialmente purificati ottenuti dagli pneumococchi capsulati e dimostrò che il “fattore di trasformazione” corrispondeva alla frazione contenente il Dna, mentre le frazioni corrispondenti agli altri componenti biochimici erano incapaci di indurre la trasformazione degli pneumococchi non capsulati. Inoltre l’estratto trattato con l’enzima DNAsi, che degrada il Dna, perdeva la capacità trasformante. Il ruolo del topo in questi esperimenti è quello di sottoporre gli pneumococchi ad una forte pressione selettiva in favore degli pneumococchi capsulati: le difese immunitarie dell’animale infatti uccidono soprattutto gli pneumococchi non capsulati.

Senza nulla togliere ai meriti di Avery, che progettò e realizzò un esperimento cruciale peraltro in un momento particolarmente difficile, essendo gli Usa impegnati nella seconda guerra mondiale, la scoperta della funzione del Dna deve moltissimo anche a Griffith, e la pubblicazione di Avery del 1944 chiude il percorso logico che Griffith aveva iniziato nel 1928. Questa considerazione è generalizzabile: le grandi scoperte scientifiche non sono singoli eventi isolati ma passi particolarmente rilevanti di percorsi più o meno continui. Il genio esiste ma non è mai isolato; è invece un membro particolarmente brillante di una comunità estesa. In una società nella quale è necessario apparire sia gli scienziati che i divulgatori e i giornalisti tendono a presentare ogni scoperta come una rivoluzione, o in inglese, un “breakthrough”. Nella realtà i veri breakthroughs sono rarissimi e ogni scienziato ha dei precursori e dei seguaci. In ogni scoperta scientifica si può a posteriori ricostruire un percorso logico che si estende all’indietro nel tempo per anni o decenni.

Purtroppo, il pubblico chiede rivoluzioni scientifiche: cura di malattie, soluzioni per il clima, per l’energia, per l’inquinamento, etc.; e di conseguenza la politica e i mezzi di comunicazione promettono rivoluzioni scientifiche o presentando come tali risultati ancora incerti e provvisori, che necessitano di ulteriori conferme. Gli scienziati stessi cercano di presentare i propri risultati nella miglior luce possibile, e tendono a trasformarli in rivoluzioni. Ma il sensazionalismo produce delusioni e risentimento.

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