C’è da spodestare il dominio inglese. La Champions League riparte così, con ancora negli occhi il 4 a 0 del Liverpool al Barcellona, le rimonte del Tottenham di Pochettino con il City e poi con l’Ajax. La competizione di calcio per eccellenza ha messo in mostra il frutto della rivoluzione cominciata qualche anno fa: un gioco fatto di ritmi altissimi, di identità di squadra sviluppate all’estremo. Uno spettacolo che ha riportato la Champions nell’elite non solo del pallone, ma dello sport tutto. Oggi, per la prima volta, le 4 squadre italiane si presentano pronte a sfidare l’Europa con le stesse armi dei loro avversari. Per motivi diversi, Juventus, Napoli, Inter e Atalanta hanno deciso di sposare la rivoluzione e provare a farne parte. È un processo rischioso, ancora in divenire, che rischia nel breve tempo di portare a cocenti delusioni. Ma le 4 italiane in Champions sono la punta di una Serie A che ha deciso di invertire la rotta: il pallone sta cambiando, non si può più rimanere indietro.

I dogmi italiani – “Il calcio ha radici salde nella tradizione. Il calcio non rinnega mai i suoi dogmi e le sue verità. […] Il calcio è testardo e non vuole capire. Ma il calcio è anche pronto per un cambiamento”. Comincia così il libro scritto nel 2016 dall’esperto di statistica Chris Anderson e dall’economista comportamentale David Sally, ‘Tutti i numeri del calcio’: una sorta di manifesto del cambiamento che i vari Guardiola e Klopp stavano guidando. Quell’incipit sembra perfetto per descrivere la scarsa capacità di resilienza del calcio italiano all’innovazione, arrivata nel pallone pure in ritardo rispetto agli altri sport. I gradoni durante la preparazione fisica, il lancio lungo meglio del passaggio in orizzontale, la “giocata” come fonte imprescindibile di imprevedibilità. L’idea che i dati e la tecnologia, qualcosa di meccanico e scientifico, fossero limitanti per il talento, quando invece questo trova la sua massima espressione proprio in un contesto ordinato e complesso. Concetti che solo da quest’anno anche in Serie A sono stati definitivamente abbandonati.

La rivoluzione – Mentre l’Italia rimaneva ancorata ai suoi dogmi, la rivoluzione nel modo di vedere il pallone è andata avanti, parzialmente offuscata dalle vittorie del Real Madrid. Le squadre che si sono imposte nell’ultima Champions, ma vale anche per l’Europa League, sono però tutte figlie di questo percorso. Un cambio di mentalità che ha portato per esempio Guardiola, nel gennaio scorso, a chiedere un allenamento personalizzato per imparare a pilotare i droni, per visionare in prima persona le sue sessioni dall’alto. Il suo rivale Klopp, tanto esaltato per la ferocia agonistica dei suoi giocatori, è in realtà uno studioso maniacale di ogni metro quadrato del campo da gioco. Il suo gegenpressing, cominciato al Borussia Dortmund e perfezionato a Liverpool, è un saggio della fissazione di Klopp per il recupero del pallone. Ma si possono citare anche la preparazione fisica dell’Atletico Madrid di Simeone, guidata dal ‘Profe’ Ortega. Oppure l’esperienza di Julian Nagelsmann, oggi alla guida del Lipsia dopo aver portato in Champions League l’Hoffenheim. Nagelsmann ha appena 32 anni e – per colpa di un infortunio – non è mai stato un calciatore professionista. Un giovane nerd del pallone di successo.

Da Allegri a Sarri – Ora anche l’Italia è della partita. Il punto di partenza è la Juventus che, nonostante due finali di Champions in 5 anni, ha deciso di cambiare. Salutare Allegri e puntare su Maurizio Sarri. Lasciare tradizione e dogmi italiani per un’idea di calcio. Non è detto che sia una scelta vincente, ma sicuramente va nella direzione del cambiamento. Sarri che a ragion veduta viene considerato provinciale per stile e comunicazione, ha un approccio al calcio estremamente innovativo: il suo possesso e i suoi schemi sono solo l’espressione finale di uno studio che comincia da uno staff di under 40, abituati a scomporre e setacciare dati. Uno di loro, Marco Ianni, non a caso ha guidato la Juve all’esordio con il Parma, stando sempre al telefono con Sarri malato. Lo stesso discorso può valere per Carlo Ancelotti: il tecnico del Napoli ha girato l’Europa, si è aggiornato e aperto all’innovazione. Durante i suoi allenamenti la maggior parte dei membri dello staff è munita di computer: alcuni giocatori, rientrati da infortuni, indossano cavigliere collegate ai pc che monitorano la loro condizione.

La mentalità – Al di là di dati e tecnologia, è la mentalità introdotta da Sarri e Ancelotti a poter fare la differenza quando si esce dal recinto della Serie A. In questo senso, il gioco dell’Atalanta di Gian Piero Gasperini è il più europeo in Italia già da anni e ha portato a risultato sorprendenti: l’ultimo è stato proprio la qualificazione alla Champions. Gasperini rappresenta l’insieme di un’anima nostalgica e una mentalità contemporanea. Tanto del suo calcio sta anche nella capacità di intendere il vivaio come un vero generatore di talenti e di identità della squadra: altra caratteristica su cui siamo ancora indietro rispetto al resto d’Europa. “Il calcio un mix tra arte e scienza“, diceva invece Antonio Conte a maggio, un mese prima di diventare ufficialmente il nuovo allenatore dell’Inter. Alla sua conferenza prima dell’esordio in Champions è stato più duro: “Il modulo? Solo in Italia siete fissati con queste cose. Voglio vedere coraggio e intensità, quello che stiamo cercando di proporre noi. Il resto sono tutte cazzate, il calcio moderno si evolve, bisogna stare al passo con i tempi”. Il suo è il quarto volto del rinnovamento arrivato finalmente in Italia.

Rischi e speranze – Il possesso di Sarri, la verticalità di Ancelotti, il posizionamento di Conte, l’ampiezza di Gasperini. E i ritmi alti. Juventus, Napoli, Inter e Atalanta hanno una loro identità con la quale vogliono battere il resto d’Europa. Non significa abbandonare il catenaccio, quando servirà, ma provare a imporsi invece che resistere. Allegri con il suo calcio fatto di adattamenti è arrivato comunque per due volte in finale. Non è detto che la nuova Juve di Sarri riuscirà a fare meglio. Non è detto che il cambiamento, anche per le altre, porterà subito alla vittoria. Anche perché ci sarà da scontrarsi contro avversari che a questo nuovo calcio giocano già da tempo. Ma è l’unico modo per gettare le basi per trionfi futuri. Senza dimenticare però che tre allenatori su 4 hanno già vinto in Europa: Sarri ha conquistato l’Europa League, Ancelotti ha trionfato dappertutto, Conte ha dominato una Premier. E senza sottovalutare un altro aspetto: il calcio italiano con la sua attenzione alla fase difensiva non è escluso dalla rivoluzione. Anzi, una delle conclusioni a cui arrivano Anderson e Sally analizzando i dati viene già ripetuta da decenni come un dogma in tutti i bar sport italiani: non subire gol vale più che segnarne.

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