Due recentissime notizie (la sentenza della Corte di giustizia europea e l’ottimo articolo sull’edizione cartacea del Fatto Quotidiano del 6 settembre a firma di Laura Margottini e Maria Cristina Fraddosio) hanno riaperto il dibattito sul disseccamento degli ulivi in Puglia ed in particolare sul ruolo della Xylella nel diffondersi della malattia. Vicenda che continua a presentare sviluppi sempre più inquietanti, a conferma di tutte le perplessità e dubbi già in precedenza espressi.

La sentenza della Corte di giustizia, frettolosamente interpretata come “condanna” del nostro paese per non aver impedito la diffusione del batterio, è in realtà molto più articolata e sulle tre richieste di condanna da parte della Commissione, proprio la più importante – quella che riguardava l’inadempienza generale per non aver rimosso la Xylella – è stata respinta.

Dati ancor più interessanti emergono dall’articolo del FQ in cui si denuncia il grossolano errore in cui è incorso il giornale tedesco Der Spiegel che parla di “21 milioni di alberi infetti”, confondendo gli alberi che disseccano per il CoDiRO (complesso del disseccamento rapido degli ulivi) con quelli che risultano infetti da Xylella, dando quindi per scontato che il batterio sia all’origine del problema. Ma a questo proposito le novità sono di grande rilievo grazie agli ultimi risultati sulla presenza della Xylella ottenuti dalle giornaliste del Fatto.

Dopo una verifica con il responsabile del dipartimento Agricoltura della regione Puglia, risulta infatti che fra il 2018-2019 sono state ispezionate 186.000 piante tra la zona cuscinetto e quella infetta, di queste 68.639 sono state sottoposte al test per la ricerca della Xylella, risultato positivo in 1044 di esse, ma fra queste solo 610 presentavano disseccamento. Di contro su 68.639 piante ne risultavano affette da CoDiRO 7050 (10,3%), di cui solo 610 (le piante già citate) sono risultate infette da Xylella.

Sulla base di questi dati appare difficilmente sostenibile che la Xylella sia all’origine del disseccamento degli ulivi, dal momento che la percentuale di piante sintomatiche e contemporaneamente infette è solo l’8,7%: appare quindi urgente e necessario un ripensamento sull’intera strategia di contenimento della malattia. Se potessimo fare un paragone in ambito medico sarebbe come confondere “malattie non trasmissibili” (non communicable diseases) con le “malattie trasmissibili” (communicable diseases) in cui, per definizione, l’agente causale può essere trasferito da un individuo a un altro.

Come già si era intuito, i dati ora disponibili rafforzano l’idea che non sia la Xylella la causa del disseccamento rapido degli ulivi e che quindi non abbia alcun senso abbattere alberi sani e fare tabula rasa di un territorio e di un paesaggio unico. Se a fronte di questi ultimi recenti dati, viceversa, si continuasse con la politica degli abbattimenti, si rafforzerebbe l’ipotesi che la Xylella non sia altro che la “scusa” per liberare il suolo dai secolari alberi di ulivo (definiti dalle associazioni di categoria un “ostacolo normativo”), per far posto a colture superintensive e ad altre forme di sfruttamento del territorio, anche a costo di stravolgere il paesaggio, il territorio, l’economia locale e mettere ancor più a rischio la riserva idrica, la fertilità dei suoli, il clima, la biodiversità e la salute delle persone.

Adesso che la crisi climatica è sotto gli occhi di tutti e che anche dagli scienziati dell’Ipcc, come da quelli di Lancet, si è levato forte un appello volto a preservare il suolo e a cambiare il nostro modello alimentare, mi auguro che dalla Puglia venga un segnale forte, che si ponga fine alla strage degli ulivi e si favorisca piuttosto la rigenerazione della natura, cominciando dal rispetto e dalla salvaguardia di quegli alberi, da sempre simbolo e anima della regione.

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