Jefferson Tomalà aveva 20 anni e una figlia di due mesi. La sera del 9 giugno 2018 litiga pesantemente con la fidanzata, da mesi i genitori di lei sono contrari alla scelta dei due di vivere insieme e cercano in ogni modo di ostacolare la loro relazione. Dopo una nottata passata in discoteca anche per provare a dimenticare queste tensioni, rientra a casa all’alba, ha bevuto e dorme fino a tardi. Al risveglio la disperazione del giorno precedente torna a farsi sentire, va in cucina e prende tra le posate un coltello, sua madre lo sente e con il fratello prova a consolarlo, inutilmente.

Jefferson inizia a graffiarsi con un rasoio, nasconde il coltello, si rifiuta di consegnarlo al fratello e restando sdraiato sotto le coperte minaccia il suicidio. La madre del giovane, preoccupata, chiama il 118 e chiede un supporto psicologico. Arrivano sul posto un ambulanza e alcune volanti della polizia, salgono in casa nove agenti, spiegano che prima di fare intervenire il medico è necessario disarmare il ragazzo, che però non fa che chiedere di vedere la sua ragazza, resta sotto le coperte e non molla il coltello da cucina, chiedendo ripetutamente alla polizia di uscire dalla sua stanza.

Dalla stanza viene invece allontanato Santiago, il fratello maggiore di Jefferson, che raggiunge nella sua stanza la madre, che nel frattempo era riuscita a mettersi in contatto con la fidanzata, che era arrivata proprio sotto al portone dell’edificio, ma alla quale veniva impedito di salire da altri agenti. Sono attimi di concitazione, la madre vuole capire perché hanno allontanato Santiago dal fratello e vuole raggiungere il figlio, ma viene tenuta a distanza dalla polizia. In tutta la casa l’aria diventa irrespirabile perché per calmare e disarmare Jefferson gli agenti ritengono spruzzare sul volto lo spray urticante in dotazione, senza attendere le indicazioni previste per il TSO né il personale della polizia municipale qualificato e attrezzato per questo genere di interventi sempre molto delicati.

Il ragazzo, che stando a quanto riportato dai familiari, fino a quel momento, non aveva dato segni di aggressività verso nessuno a parte se stesso, va in escandescenze e, stando alle ricostruzioni, agita il coltello da cucina contro il sovrintendente Paolo Petrella, che cercava di disarmarlo, il quale cade a terra seriamente ferito. Sarebbe a quel punto che, con l’intento di difendere il collega, Luca Pedemonte estrae la pistola e colpisce alle spalle Jefferson Tomalà. Due raffiche ravvicinate, a pochi centimetri dal corpo, sei colpi: tre all’addome e altri tre in altre parti vitali. Il ragazzo muore e anche il collega a terra, già ferito dal coltello, viene colpito di striscio dal ‘fuoco amico’. “Un’operazione che pone moltissimi punti interrogativi e criticità in tutte le sue fasi”, riflettono i legali del ragazzo ucciso, che tuttavia preferiscono attendere l’esito dell’udienza preliminare (prevista per questa mattina davanti al gup Silvia Carpanini) per argomentare la posizione.

“Esplose sei colpi in parti vitali in rapida successione senza che ve ne fosse la reale necessità – scriveva a marzo il giudice per le indagini preliminari Franca Borzone nel sollecitare il pm a chiedere il rinvio a giudizio l’agente che sparò e uccise -. Una pur minima professionalità avrebbe dovuto imporre l’esplosione di un solo colpo”.

Nessuna contestazione dunque alla necessità e legittimità della difesa in quella situazione, ma pesanti dubbi sulle modalità di intervento e soprattutto per la “condotta decisamente eccessiva, pur nell’ambito di un necessario intervento armato”, per il gip infatti la distanza ravvicinata avrebbe consentito una mira pressoché esatta, per questo motivo “il comportamento (dell’agente) denota il prevalere di una componente emotiva, quindi nell’imprudenza e imperizia dell’atto, connotazioni che mal si conciliano con l’uso professionale dell’arma, a causa di una marcata incongruità della reazione”.

Eppure, i parenti e gli amici del giovane ucciso il 10 giugno 2018 temono che l’udienza di oggi possa concludersi con un proscioglimento o la richiesta da parte della difesa dell’operatore di polizia del rito abbreviato. Per richiamare l’attenzione sul caso, martedì sera, in trecento hanno attraversato il quartiere di Sestri Ponente con una fiaccolata in memoria di Jefferson Tomalà, mentre in questo momento un presidio dietro allo striscione ‘Verità e giustizia’ attende l’esito dell’udienza fuori dal Tribunale di Genova.

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