Un uso dell’arma di ordinanza poco professionale a causa di una componente emotiva. Per questo, secondo il gip del tribunale di Genova, Franca Borzone, quell’agente di polizia deve essere processato. Nel giugno 2018, il poliziotto sparò a Jefferson Tomalà, ecuadoriano di 22 anni, durante un intervento per il Tso. Sei i colpi esplosi. Troppi per la giudice che ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dal pm Walter Cotugno, disponendo l’imputazione coatta.

Secondo il gip è vero che l’agente che uccise Tomalà “stava temendo per la vita del collega ferito dal giovane” ma è anche vero che la sua azione “denota notevole imprudenza e imperizia”. Una “pur minima professionalità avrebbe dovuto imporre l’esplosione di un solo colpo e non verso parti vitali”. Secondo la procura, l’agente agì per salvaguardare il collega e per questo aveva chiesto l’archiviazione. Si erano opposti i familiari del giovane, assistiti dagli avvocati Andrea e Maurizio Tonnarelli, che avevano sostenuto che tutto l’intervento era stato fatto male.

Per il gip invece la pattuglia agì correttamente ma per l’agente ci fu eccesso nell’uso legittimo dell’arma. “Tutti i colpi – continua il gip – furono diretti in zone vitali e esplosi a distanza così ravvicinata da consentire una mira pressoché esatta. Il comportamento denota il prevalere di una componente emotiva che mal si concilia con l’uso professionale dell’arma”.

Quel giorno le volanti erano intervenute nell’appartamento dopo che la madre del ragazzo aveva chiamato il 112 perché il figlio aveva un coltello e minacciava di farsi del male. Gli agenti avevano provato a convincerlo e non riuscendoci avevano spruzzato uno spray al peperoncino ma Tomalà aveva colpito i due agenti, ferendone uno in modo grave. Il poliziotto aveva sparato per difendere il collega.

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