Sempre che il morto non afferri il vivo – scenario in cui il ruolo del morto è svolto dai riflessi condizionati berlusconiano-liberisti per i piddini (l’idea che la Sinistra intercetta i voti scimmiottando la Destra: vedi Paola De Micheli sulle grandi opere e Andrea Orlando sulla giustizia) e dalle palingenesi a fumetti dei pentastellati – sempre che l’incoscienza dei contraenti non sgambetti il nuovo governo già all’avvio, il Conte 2 apre interessanti prospettive per un Paese allo stremo.

Innanzitutto la novità rappresentata da un premier che segna il distacco dalle tipologie che lo hanno preceduto: personaggio senza le tare del professionismo o le contiguità con il circo “relazionale” romano e i suoi condizionamenti. Un tipo che non si è premurato di ottenere il certificato di garanzia rilasciato da quegli ambienti che si presumono demiurghi della politica. Come balzava agli occhi ieri sera a Dimartedì nelle stilettate anti-Conte di Concita De Gregorio, a rimorchio delle dichiarazioni del suo datore di lavoro Carlo De Benedetti (né un benefattore, né un re Mida che trasforma in oro il prescelto di turno) e della linea editoriale di Repubblica, al solito suicida per il campo che pretenderebbe di rappresentare: il giornale-partito dalla fondazione, quando Eugenio Scalfari si presumeva king maker.

In una cosa De Benedetti ha ragione: Giuseppe Conte non è un politico ma un manager della politica; ossia non un tecnico del consenso/potere, bensì un pragmatico che applica l’antico insegnamento del cardinal Richelieu “la politica non è la scienza del possibile, ma l’arte di rendere possibile ciò che è necessario”. Per dirla alla romana, “fare il brodo con le ossa che si hanno”.

Se si vuole definirlo “trasformismo” per denigrarlo, si sappia che tale vizio denunciava altri comportamenti, non quello di prendere atto dei rapporti di forza esistenti per orientarli verso mete positive. Nel Conte 1 assicurare un governo purchessia, arrabattandosi tra le contraddizione degli azionisti; nel Conte 2 mettere a frutto una credibilità coltivata nella scena europea e internazionale per togliere l’Italia dall’isolamento in cui si era cacciata, riportando buonsenso nei fumi di una vita pubblica dispersa nella demagogia irresponsabile: la corsa a catturare voti di un ceto politico paleo-berlusconiano impegnato in un’ininterrotta campagna elettorale. Visto che risolvere problemi e governare un Paese è fuori dalla sua portata.

Dunque, nonostante gli schiamazzi dei Salvini e delle Meloni, l’opportunità di sciogliere qualche nodo che ci strozza da decenni. Le varie crisi incistate di un sistema produttivo sempre più declinante, di una società invecchiata e incattivita, incolta. Non il Rinascimento, semmai l’uscita dai tempi bui. Perché no?

Qui sta la vera novità evidenziata da questi giorni di confronti parlamentari per la fiducia al nuovo corso di governo. La contrapposizione tra un’idea di politica come consapevolezza del necessario e la corsa all’occupazione del potere gabellata come appello al popolo sovrano: l’estrema riproposizione delle pratiche politicanti con cui i cittadini sono stati trasformati in greggi. O forse si crede che la presunta sacralità del voto popolare, lavacro che redime ogni male, non sia oggetto di manipolazioni, strumentalizzazioni e ricatti da parte della Casta che lo tiene in ostaggio?

Insomma, stiamo assistendo al riformarsi di un assetto bipolare, incarnato dai due unici protagonisti sulla scena, che nei giorni scorsi se le sono date di santa ragione: quanto Gaetano Salvemini chiamava “problemismo” (linea Conte), in lotta con “il richiamo della foresta” degli slogan truculenti per seppellire le questioni (linea Salvini). Se il cambiamento è il tratto distintivo della Sinistra e la conservazione/regressione quello della Destra, verrebbe da dire che stiamo assistendo con il neo-bipolarismo al ritorno dei due campi classici contrapposti. Che l’incultura politica dei neofiti riteneva superati.

Ma il cammino è lungo e irto di ostacoli. E non illudiamoci di avere vita facile in un’Europa che vorremmo riformare. Il contentino dato da Ursula Von Der Leyen con il “digiuno di economia” Paolo Gentiloni commissario all’Economia è pura facciata: visto la nomina di un controllore del fioco notabile italiano come il grifagno apostolo dell’austerity Valdis Dumbrovskis.

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