La strategia di Palazzo Chigi sulla questione migranti è chiara: superare Dublino e tornare al sistema di quote per una gestione meno impattante e più condivisa a livello di Unione europea. Le decisioni sulla sorte delle persone che attraversano il Mediterraneo non verranno più prese in mezzo al mare, con centinaia di naufraghi ogni volta destinati a rimanere in un limbo a bordo delle navi delle ong mentre i governi europei si spartiscono compiti e doveri, ma a Bruxelles, dove dovrà essere messo in campo un piano strutturato di accoglienza. Basta con i porti chiusi e la guerra alle organizzazioni che salvano le vite in mare. Sì invece a un confronto costruttivo e, se necessario, deciso con i partner europei, così da evitare le numerose situazioni emergenziali alle quali si è dovuto far fronte nei mesi del governo gialloverde. Anche se l’esecutivo, e la stessa ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, in passato, ha già dichiarato che con le ong ci sarà collaborazione, ma nel rispetto di regole e norme che andranno puntualizzate.

Nell’ottica di una condivisione europea nella gestione della questione migratoria, non si può quindi escludere anche un ritorno a un progetto comune sul modello del vecchio Triton che prevedeva una gestione condivisa del controllo delle frontiere marittime. Tutto passerà, nonostante le iniziali resistenze pentastellate, da una revisione, più o meno massiccia, dei decreti Sicurezza che, almeno, dovranno recepire le indicazioni arrivate dal Quirinale e garantire una maggiore aderenza agli obblighi previsti dalle leggi del mare.

E la lettera “per avere relazioni più costruttive” inviata dal titolare degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, a Luigi Di Maio fa ben sperare su una futura, possibile collaborazione tra Italia e Francia sulla questione migratoria, dopo la stagione dei duri respingimenti attuati alla frontiera tra i due Paesi e le accuse di “colonialismo” mosse dal capo politico dei Cinque Stelle.

Giuseppe Conte sta mettendo in piedi il nuovo piano sull’immigrazione, in piena collaborazione con i nuovi capi del Viminale e della Farnesina. Proprio la succeditrice di Matteo Salvini dovrà poi occuparsi della gestione delle persone che saranno accolte in Italia in attesa di ricevere una risposta riguardo alla loro domanda di protezione internazionale. L’idea è quella di replicare ciò che Lamorgese mise in piedi come capo di Gabinetto del ministro Minniti, prima, e da prefetto di Milano, poi. No ai grandi centri di accoglienza, sovraffollati, piazze di reclutamento per la criminalità organizzata e luoghi dove spesso si consumano abusi. Sì, invece, a un’accoglienza diffusa, ramificata nel territorio grazie all’aiuto degli amministratori locali, ma caratterizzata da piccoli nuclei di persone che, così, non risultano impattanti per la comunità in cui si vanno a inserire.

Oltre alla firma di nuovi accordi bilaterali, tralasciati durante il precedente mandato di governo ma fondamentali per mettere in piedi anche un’efficace politica dei rimpatri, si punta anche a delegare alla Commissione Ue un accordo più ampio che coinvolga strutture come l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). Una strategia che punta a rovesciare la narrativa del precedente governo gialloverde che etichettava l’Italia come “il campo profughi d’Europa”.

La questione più spinosa, soprattutto relativa alla gestione dell’accoglienza interna, sarà quella dei fondi da mettere a disposizione delle forze dell’ordine. Al sindacato dei lavoratori di polizia (Silp) sono già arrivate comunicazioni relative alla necessità del pagamento degli straordinari dei dipendenti relativi agli anni 2018 e 2019. Per poter gestire un sistema di accoglienza che garantisca gli standard di sicurezza e di adeguati servizi per gli immigrati, sarà necessario, almeno, sbloccare i pagamenti.

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